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[Intervista con il venture capitalist] "Vi svelo il segreto delle startup di successo e il limite di quelle italiane"

Tiscali Notizie ha sentito Jonathan Pacifici fondatore di Wadi Ventures e Sixth Millennium Venture Partners e autore del libro “Gli Unicorni non prendono il Corona”

Massimo Cugusidi Massimo Cugusi   
[Intervista con il venture capitalist] 'Vi svelo i due segreti delle startup di grande successo'
Foto Ansa

A Jonathan Pacifici il coraggio e determinazione non hanno mai fatto difetto. Ha solo quattro anni quando, nel 1982, rimane ferito nell’attentato alla Sinagoga di Roma nel quale perde la vita il piccolo Stefano Gay Taché. Terminato il liceo, sceglie di lasciare l’Italia per trasferirsi in Israele, dove studia management alla Ben Gurion University e lavora  nel mondo della consulenza.

Poi un MBA alla Kellogg School of Management della Northwestern University e l’ingresso, dalla porta principale, nel mercato del Venture Capital. Oggi, i suoi due veicoli Wadi Ventures e Sixth Millennium Venture Partners hanno già finanziato decine di startup.

Della sua esperienza, Pacifici ha deciso di farne un libro “Gli Unicorni non prendono il Corona”.  Come se non ci fosse già abbastanza da raccontare, ci dà appuntamento a Dubai, dove partecipa a una grande convention tecnologica. 

Un ebreo israeliano in viaggio d’affari a Dubai non è proprio come “Un marziano a Roma” ma poco ci manca. Fino a poco tempo fa, sarebbe stato impensabile. Posso chiederle che cosa la porta qui?

Gli Accordi di Abramo, dei quali gli Emirati sono stati parte promotrice, hanno dato certamente inizio ad un nuovo corso. Almeno dal punto di vista geopolitico. Io sono venuto a Dubai per provare a capire quale valenza possono avere anche per il mondo delle imprese. Non c’è dubbio che ci sia stato un grande lavoro preparatorio, ma un’accoglienza così cordiale, francamente, non me l’aspettavo.

È stato emozionante salire per la prima volta a bordo di un aereo all’aeroporto Ben Gurion e puntare dritto verso Oriente…

Non solo per me. Eravamo in tanti a guardare fuori dal finestrino senza dire una parola. Ho ancora davanti a me la virata sopra il Mar Morto, poi la Giordania, il deserto saudita ed infine il Golfo. Una immagine plastica del cambiamento che si è realizzato. Anche il viaggio di ritorno non è stato da meno. Per la prima volta, la manovra di atterraggio non è iniziata dal mare ed ho potuto sorvolare Gerusalemme, dove abito. Insomma, da qualche tempo Israele ha smesso di essere un’isola…

Emozioni a parte, cosa cerca un investitore professionale israeliano in un mercato ricco e dinamico come quello emiratino? Capitali per le sue iniziative o nuove idee sulle quali scommettere?

Siamo all’inizio di un processo di integrazione che attraverserà più fasi. La prima è incentrata sul fatto che Israele è una fucina tecnologica in continua evoluzione e gli Emirati sono un hub finanziario fortemente orientato all’innovazione.

Quindi?

L’obiettivo è quello di aprire il nostro ecosistema ai capitali emiratini. La seconda fase consentirà invece di andare oltre le attuali geografie attraverso l’interconnessione dei nostri due hub. La terza fase, che avrà necessità di tempi più lunghi per arrivare a compimento, porterà ad una clusterizzazione del mercato regionale che renderà sostenibile anche la presenza di quei player per i quali, al momento, le dimensioni dei singoli paesi sono ancora troppo limitate. Per fare un esempio, a breve Amazon inizierà a servire Israele dal suo hub negli Emirati.

Torniamo a Tel Aviv. Oltre 10 miliardi di dollari raccolti nel 2020, a dispetto della pandemia. In Israele il mondo tech sembra aver preso il volo. Quali sono le ragioni di questo successo?

I dati parziali dicono che quest’anno siamo già a 24 miliardi, oltre il doppio, quindi. Frutto della convergenza di più fattori: sistema formativo eccellente, arricchito anche dall’esperienza dell’esercito che ciascuno di noi è chiamato a vivere e, naturalmente, presenza diffusa del Venture capital a sostegno delle nuove iniziative tech. Ormai, la presenza diretta di molte realtà globali dell’innovazione favorisce le acquisizioni direttamente in loco.

Nel suo libro racconta le storie degli unicorni, le startup che hanno raggiunto un miliardo di dollari di valutazione. C’è un fil rouge che lega queste storie?

Penso di sì. Credo di scorgere due elementi, in particolare. Il primo è quello dell’attitudine. Dietro ogni storia c’è un imprenditore che si propone di fare qualcosa di importante che non era stato fatto prima. Senza complessi di inferiorità rispetto ai grandi. Il secondo è la visione globale. Le imprese israeliane nascono da subito pensando in grande.

Il fallimento, che in Italia è portatore di uno stigma sociale, è da noi parte del gioco. Ci sono imprenditori seriali che hanno unito a grandi successi a buchi colossali. Anche io condivido questa visione. Lo dico spesso ai miel investitori. Nel mio lavoro, devo sentirmi libero di poter sbagliare.

Conosce bene l’Italia, dove ha vissuto a lungo. Che cosa impedisce alle nostre startup di crescere quanto le altre, per esempio quelle israeliane?

La zavorra è il fatto di voler essere autoreferenziali. Spesso, nei contest delle startup ai quali partecipo, noto che la ricerca del benchmark è limitata al mercato domestico. In un mondo globale e quindi interconnesso, questo è un approccio che fa perdere il contatto con la realtà. Aggiungo due parole sull'importanza delle competenze linguistiche. Nel 2021 siamo ancora fermi ai film doppiati in italiano. Il 99% degli spettatori, per dire, non conosce la voce di De Niro.

L’Italia rimane sempre un grande paese europeo, con una manifattura importante ed una propensione all’export. Quali settori – o quali progetti - possono trovare le migliori occasioni di collaborazione tra Italia ed Israele?

Italia ed Israele sono in realtà portatori di un’offerta complementare. Non ha senso copiare la Startup Nation perché le condizioni di contesto sono diverse, ma le aziende italiane possono beneficiare in molti casi della collaborazione con Israele per innovare i propri prodotti ed aumentare la competitività sui mercati internazionali.. Lato Israele, vale l’inverso, in considerazione della struttura industriale che noi non abbiamo. Torno ad una immagine di viaggio. L’Italia è non solo 10 volte più grande di Israele, ma anche ed il primo grande mercato occidentale che incontri volando da Tel Aviv

Una domanda finale, pensando al futuro. L’Arabia Saudita è sulla bocca di tutti nel Medio Oriente per la dimensione dei progetti della Vision 2030. Da Neom, città del futuro, allo sviluppo turistico lungo il Mar Rosso. Ha già pensato alla sua prima missione anche da quelle parti?

Non ho avuto tanto tempo per visitare Expo, ma ho non ho voluto perdere il Padiglione saudita. Quando sono entrato, naturalmente avevo la kippah sul capo. Certo, ho notato un po’ di curiosità intorno a me, ma mi ha sorpreso la cordialità del responsabile che è venuto a darmi personalmente il benvenuto. Abbiamo fatto due chiacchiere e gli ho detto che spero di poter visitare presto il suo paese. E, francamente, non sarebbe il mio primo dei miei sogni che diventa realtà.

 Jonathan Pacifici NYSE

 

 

 

 

Massimo Cugusidi Massimo Cugusi   
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