“Le startup sono una opportunità di investimento non sfruttata dagli italiani. Ecco perché”

Tiscali News ha sentito Gianluca Dettori presidente del fondo di venture capital Primo Ventures e autore del libro L’Italia nella Rete

“Le startup sono una opportunità di investimento non sfruttata dagli italiani. Ecco perché”
Gianluca Dettori (foto Startup.eu)

La liquidità ferma sui conti bancari italiani ha da tempo sfondato quota 1700 miliardi. Una cifra che incomincia a creare problemi ai bilanci delle banche a causa dei tassi di interesse negativi sui fondi depositati presso la Banca centrale europea. Dall’altro lato il sistema produttivo continua a lamentare la mancanza di risorse finanziarie adeguate. Tra le realtà più penalizzate ci sono le startup innovative ovvero le attività imprenditoriali che hanno il potenziale di crescita maggiore. Per capire le ragioni di questo paradosso Tiscali News ha sentito Gianluca Dettori, tra i pionieri di internet in Italia e presidente di Primo Ventures che ha appena annunciato il lancio di Primo Digital, fondo di venture capital da 80 milioni di euro che investirà in alcuni dei settori innovativi più importanti del momento: software, retail digitale, cybersecurity, fintech e blockchain. Dettori recentemente ha pubblicato L’Italia nella Rete, libro edito da Solferino, in cui viene raccontata l’ascesa, la caduta e la resurrezione della net economy italiana.

Il venture capital è un mondo ancora poco noto alla maggioranza degli italiani. Da dove arrivano i soldi che vengono investiti nelle startup? Per esempio, il fondo Primo Digital dove raccoglierà gli 80 milioni di euro annunciati?
“Prevalentemente da investitori istituzionali, quindi investitori molto grandi. Come Primo Ventures abbiamo attualmente a bordo Cassa depositi e prestiti, European investment fund, Fondazione di Sardegna, Compagnia di San Paolo, Fondazione Carisbo, Reale Mutua Group. Il nostro obiettivo è fare il primo closing a settembre ovvero raccogliere almeno i primi 50 milioni previsti per poter far partire gli investimenti”.

E’ un investimento precluso ai privati?
“No ma occorre avere determinati requisiti. Noi non possiamo collocare un fondo a qualunque sottoscrittore ma solo ad investitori qualificati. Un privato cittadino può investire ma deve avere certe caratteristiche patrimoniali ovvero deve essere molto ricco”.

Nel panorama italiano quante realtà ci sono simili a Primo Ventures?
“Ci sono circa una trentina di operatori specializzati negli investimenti in startup, quindi che fanno venture capital o cose affini. Chi è interessato alla lista completa dei nomi può trovarla su VC Hub Italia, l'associazione italiana degli investitori in innovazione”.

Quali sono i settori preferiti dai venture capital italiani?
“Sicuramente il digital ma ci sono anche molti operatori specializzati sulle scienze della vita e sul biotech”.

Complessivamente a quanto ammontano le risorse finanziarie gestite?
“Gli associati di VC Hub amministrano 1 miliardo di euro di investimenti in startup”.

E’ una cifra importante ma piccola se confrontata con il volume di risparmio degli italiani fermo nei conti correnti delle banche. Perché le startup non riescono ad attirare queste risorse?
"Perché è un mondo ancora non capito dagli investitori e considerato molto rischioso. Questa visione però è vera solo in parte”.

In che senso?
"Nel senso che il singolo investimento in una startup è sicuramente rischioso ma l’investimento in un fondo che costruisce e sviluppa un portafoglio di 20/30 società tecnologiche in una ottica di lungo periodo, esempio 10 anni, è decisamente meno rischioso. Non è necessario che tutti gli investimenti fatti siano di successo ma è sufficiente che lo siano solo alcuni. Per esempio noi abbiamo investito su Cortilia. La prima volta 250 mila euro, quando ancora era una semplice presentazione in power point. Oggi è una società che genera 35 milioni di fatturato, sta aprendo uno stabilimento di 24 mila metri quadri e ha 300 dipendenti. Cortilia sta trainando la performance dell’intero portafoglio di investimenti e questo ci consente di non avere ripercussioni particolari per gli investimenti che non sono andati secondo le aspettative”.

Questo principio di diversificazione applicato a numeri ancora più grandi, per esempio fondi con centinaia di startup, potrebbe essere utilizzato per abbassare i requisiti di ingresso e consentire l’investimento in startup anche ai piccoli risparmiatori privati?
“Assolutamente sì. Il problema però è far capire questo aspetto non solo ai risparmiatori ma anche a chi gestisce i loro soldi, ovvero asset manager, banche e così via”.

Perché è un problema?
"Per ragioni culturali. L’Italia è un paese avverso all’innovazione, poco incline a prendere rischi e legato alle rendite di posizione esistenti. Dovremmo invece capire che stiamo entrando in un nuovo mondo e che abbiamo la possibilità di cavalcare questa transizione. Oggi in Italia c’è una realtà economica che può davvero muovere le cose ed è il movimento delle startup”.

Quali possono essere i rendimenti attesi di un fondo di venture capital?
"Se i gestori sono bravi il rendimento di un fondo che investe con una ottica di 10 anni potrebbe essere tra il 15 e il 20% all’anno per i 10 anni. Questo vuol dire restituire agli investitori due volte i soldi investiti. Noi gestori siamo pagati in funzione della performance ovvero dei profitti generati. Quindi guadagniamo solo dopo che hanno guadagnato gli investitori”.

Per individuare le startup giuste è più importante la metodologia di analisi utilizzata o la sensibilità al business ovvero i cosiddetti animal spirits?
"Direi un 50 e 50. Fare investimenti nelle startup richiede un metodo molto rigoroso che ci consente di analizzare gli oltre 1000 business plan che riceviamo ogni anno per arrivare a 5 decisioni di investimento. L’intuito è invece molto importante non tanto nella valutazione del business ma dei fondatori delle startup, per capire se hanno davvero la volontà di fare quello che dicono, se hanno una visione sufficientemente profonda, se lavorano bene assieme. Parlando di venture capital si parla sempre e solo di soldi ma in realtà il nostro è un people business ovvero non è un business di denaro ma di relazioni umane”.