Cittadini disorientati: la guerra in Ucraina ha cambiato il paradigma delle fake news

Lo schema interpretativo del fenomeno applicato a partire dal 2016 con la Brexit e la vittoria di Trump alle elezioni americane non è più valido 

Cittadini disorientati: la guerra in Ucraina ha cambiato il paradigma delle fake news
Foto Ansa

Fino a prima dello scoppio del conflitto ucraino in molti pensavano di essere in grado di difendersi dalle notizie false, oggi questa certezza è crollata. La prima guerra percepita come tale dagli europei dopo oltre 70 anni di pace ha cambiato radicalmente il rapporto con il mondo dell’informazione ed in particolare con il fenomeno delle fake news

Queste ultime sono sempre esistite (sia nella storia antica che in quella contemporanea) ma sono diventate un fenomeno main stream (ovvero di ampio dibattito nell’opinione pubblica) solamente a partire dal 2016. Gli eventi che hanno scatenato l’attenzione dei media e dei cittadini sulle bufale sono stati due: il referendum sulla Brexit nel Regno Unito e l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. 

In entrambi i casi l’esito delle elezioni è stato sorprendente in quanto ha ribaltato le previsioni della vigilia. Le analisi del voto hanno portato alla luce il ruolo fondamentale svolto da internet e in particolare dai social network. La rete avrebbe veicolato numerose notizie false, messe in giro dai sostenitori della Brexit e di Trump, che avrebbero avuto un ruolo decisivo sul risultato finale. Tutto questo ha portato alla nascita del termine Post Verità utilizzato per indicare un mondo in cui le notizie false hanno sulla pubblica opinione un effetto maggiore dei fatti veri. 

Donald Trump (foto Ansa)

Non solo il popolo dei sovranisti ma anche il web è però finito sul banco degli imputati. Le fake news hanno trovato terreno fertile in rete a causa di tre caratteristiche oggettive di internet e dei social network: la disintermediazione delle informazioni (chiunque grazie ai blog o ai social può pubblicare contenuti), la viralità (anche il contenuto di un anonimo cittadino può raggiungere in pochissimo tempo milioni di utenti grazie alla condivisione sui social e sulle chat) e infine gli algoritmi delle piattaforme digitali che creando le filter bubbles aumentano la polarizzazione degli utenti e (come conseguenza) la probabilità che essi credano e condividano notizie false. 

Lo schema interpretativo del fenomeno delle fake news emerso negli anni dopo il 2016 è stato dunque abbastanza semplice: da un lato le fonti di informazione non ufficiali e non affidabili dei cittadini fortemente polarizzati dal punto di vista politico (esempio i sostenitori di Trump o i sovranisti europei) dall’altro il mondo dell’informazione ufficiale main stream (le grandi testate giornalistiche e televisive) che per mestiere diffondo solamente informazioni provenienti da fonti autorevoli e affidabili. 

Lo stesso modello è stato seguito dopo lo scoppio della pandemia Covid 19. Da un lato le fake news pubblicate online dai gruppi altamente polarizzati dei no vax dall’altro le notizie affidabili pubblicate dall’informazione main stream.

Questo paradigma ha retto sostanzialmente bene fino allo scoppio della guerra in Ucraina. Ma a partire dal quel momento le cose sono drammaticamente cambiate e si è capito che per difendersi dalle fake news non è sufficiente (purtroppo) limitarsi a seguire l’informazione main stream evitando accuratamente la mole di notizie non verificate pubblicate da fonti sconosciute sulle piattaforme social. 

Perché la guerra ha avuto un effetto dirompente sull’interpretazione del fenomeno delle fake news? Per il semplice motivo che ha riportato alla memoria di tutti la più grande bufala del XXI secolo: l’esistenza delle armi chimiche di distruzione di massa possedute dal dittatore iracheno Saddam Hussein che nel 2003 giustificò l’attacco militare degli Stati Uniti contro l'Iraq. 

Al tempo quella notizia è stata pubblicata da tutte le principali fonti di informazione main stream del mondo Occidentale: Corriere della Sera, Repubblica, Rai, New York Times, ecc. Ma tempo dopo è emerso che le armi chimiche non esistevano e che si è trattato nient’altro che di una grande bugia orchestrata dall’amministrazione di G.W. Bush per poter sferrare l’attacco. 

Il re è nudo: se la fonte dell’informazione è corrotta (in questo specifico caso storico il governo Usa) anche l’informazione mainstream in buona fede può divulgare fake news. Viene dunque a cadere quella grande discriminante utilizzata fino a due mesi fa tra notizie pubblicate sui social e notizie pubblicate dalle grandi testate giornalistiche per distinguere le notizie false da quelle vere. 

George W Bush (foto Ansa)

Quante volte negli ultimi due mesi abbiamo sentito (o letto) nelle fonti giornalistiche più autorevoli del mondo del presunto utilizzo di armi chimiche da parte dell’esercito russo? Tantissime. La fonte è ovviamente l’Ucraina. Possiamo credere alla notizia? Ovviamente no e questo anche se la stessa è stata pubblicata da una testata giornalistica autorevole. 

La guerra in Ucraina ci sta facendo capire che in realtà le fake news non sono un problema isolato ma semplicemente un tassello, uno strumento di un fenomeno più ampio che si chiama propaganda. Fenomeno nel quale noi cittadini occidentali siamo totalmente immersi al pari dei cittadini degli stati autoritari come la Russia o la Cina come dimostra la guerra dell’Occidente contro l’Iraq del 2003. 

Noi occidentali rispetto ai russi o ai cinesi abbiamo un vantaggio: le democrazie tutelano la libertà di stampa e di espressione. Giornalisti e cittadini possono esprimere liberamente quello che pensano senza timore di finire in carcere (come avviene a Mosca o a Pechino) e nel mondo dell’informazione la narrazione non è unica ma esistono più voci (il cosiddetto pluralismo informativo). Questa garanzia però non ci protegge dalla propaganda e dalle fake news, di questo bisogna essere consapevoli. 

Mai come oggi (con l’Occidente impegnato in una guerra contro una potenza nemica) è stato necessario non restare passivi di fronte al bombardamento quotidiano di notizie e informazioni a cui si è sottoposti. Lo spirito critico deve rimanere più vigile che mai anche nei confronti dell’informazione mainstream e non solo nei confronti delle notizie che circolano sui social e nelle chat. 

La manipolazione dell’opinione pubblica è parte integrante di qualsiasi società, anche delle democrazie occidentali, come già spiegava all’inizio del XX secolo Edward Bernays nel suo capolavoro senza tempo Propaganda - Come manipolare l’opinione pubblica

“La manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini e delle opinioni strutturate delle masse è un elemento fondamentale della società democratica. Coloro che riescono a padroneggiare questo ingranaggio invisibile della compagine sociale costituiscono un governo occulto, il vero potere che dirige il paese” ha scritto Bernays nelle prime righe del suo libro. 

Sono le parole non di un complottista ma del più grande spin doctor del XX secolo che ha lavorato a tempo pieno per le istituzioni e le più grandi aziende americane. Dopo quasi un secolo possiamo affermare senza timore di sbagliare che nulla da allora è cambiato e che le fake news non sono nient’altro che uno strumento propagandistico utilizzato da tutti i centri di interesse esistenti in una società democratica. In un contesto simile per il singolo cittadino diventa quasi impossibile difendersi dalle notizie false. 

Quando si sale in macchina ponendo la massima attenzione nella guida il rischio di avere un incidente può essere ridotto ma non azzerato. Analogamente, pur facendo massima attenzione a ciò che leggiamo o sentiamo possiamo ridurre la probabilità di credere ad una fake news ma non possiamo eliminare completamente il rischio. Per la semplice ragione che fonti di informazione corrotte possono essere anche quelle apparentemente più affidabili, come accaduto nel 2003 con il governo degli Stati Uniti e la bufala dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. 

Quella bugia orchestrata dall’amministrazione Bush sta producendo effetti negativi anche oggi a distanza di oltre 20 anni perché ha frantumato quello che è probabilmente l’elemento più importante di ogni democrazia: la fiducia nelle istituzioni. Se questa fiducia viene tradita i problemi che possono nascere possono essere devastanti. 

Un esempio lo abbiamo avuto con la recente pandemia Covid-19. L’opposizione al vaccino e al green pass da parte dei no Vax è stata alimentata da una mancanza di fiducia nelle istituzioni politiche e scientifiche. 

Nel corso degli ultimi anni il dibattito su come contrastare le fake news è stato ricco e intenso. La soluzione non è stata trovata ma è evidente la tentazione forte da parte delle istituzioni di promuovere una qualche forma di censura. Per il momento questa attività è stata delegata alle piattaforme dei social network che sempre più spesso cancellano i profili sospettati di divulgare notizie false. Tre gli account cancellati da Facebook e Twitter anche quello di Donald Trump. 

E’ evidente che la censura non può essere la risposta alle fake news perché se il censore è in mala fede non si avrebbe nessuna certezza sulla verità. E non è un caso che Elon Musk abbia deciso di acquistare Twitter con l’intento di ripristinare nella piattaforma la libertà di espressione. 

Elon Musk (foto Ansa)

Difficile però che la soluzione dei problemi del mondo dell’informazione possa arrivare dall’uomo più ricco del pianeta. La risposta può arrivare solamente dalle istituzioni che devono smentire Edward Bernays e rinunciare a manipolare la pubblica opinione per fare una cosa molto semplice: dire la verità, qualunque essa sia.  

Solo questo garantirebbe alla stampa di riportare notizie veritiere e non corrotte e, in ultima analisi, solo questo darebbe ai cittadini la possibilità di difendersi dalle fake news semplicemente verificando la fonte delle singole notizie.

Ma è realistico un mondo in cui il potere rinuncia alla propaganda? Probabilmente no. Probabilmente bisogna riconoscere che Edward Bernays ha ragione: la propaganda è necessaria a qualsiasi regime politico, anche a quello democratico. Bisogna farsene una ragione e accettare l’idea che un mondo senza fake news sarebbe bello ma non è niente più che un'utopia.