L’Europa in prima linea contro le fake news: “La disinformazione mina la fiducia dei cittadini”

L'UE vuole risolvere il problema della diffusione delle fake news. Nei giorni scorsi si è tenuta a Bruxelles una conferenza stampa congiunta.

L’UE in prima linea contro le fake news: “La disinformazione mina la fiducia dei cittadini”

L’Unione Europea vuole risolvere il problema della diffusione delle fake newsNei giorni scorsi si è tenuta a Bruxelles una conferenza stampa congiunta tra il commissario Ue per il Mercato interno, Thierry Breton, e la vicepresidente della Commissione Ue, Vera Jourova, per la presentazione delle nuove linee guida del Codice Ue contro la disinformazione. La Commissione presenterà il nuovo codice a settembre, che entrerà in vigore nel nuovo anno e poi diventerà vincolante, con l’inserimento di sanzioni, dopo l’approvazione del Digital Services act.

Il problema della diffusione delle fake news riguarda due aspetti concreti. Innanzitutto quello economico. Perché la Commissione Ue vuole mettere fine ai profitti derivanti dalla disinformazione. Perché “la disinformazione non può rimanere una fonte di entrate”, spiega Breton. Mentre l’altro aspetto riguarda l’impatto che le fakenews possono avere sui cittadini a causa di “comportamenti manipolativi”, come account falsi, acquisti di account, campagne di disinformazione.

La vicepresidente della Commissione Ue Jourova sottolinea che la Commissione “non vuole una censura”, ma chiede di agire “sui fatti, non sulle opinioni” per questo è necessario “un sistema di fact-checking decentralizzato”. 

Le piattaforme dovranno presentare report con indicatori più chiari sulle performance. Infine, si prevede la creazione di un centro per la trasparenza e una task force permanente, presieduta dalla Commissione e di cui faranno parte, oltre ai firmatari, anche il Servizio di azione esterna (Eeas), il Gruppo dei regolatori Ue per i media audiovisivi (Erga) e l’Osservatorio Ue per i media digitali (Emo) che hanno ricevuto 11 milioni di euro per sviluppare otto hub regionali nell’Ue. 

La disinformazione è una sfida importante per le democrazie e le società europee e l'Unione deve affrontarla rimanendo fedele ai valori e alle libertà europee, si legge nel Codice UE. La disinformazione mina la fiducia dei cittadini nella democrazia e nelle istituzioni democratiche e contribuisce anche alla polarizzazione delle opinioni pubbliche, interferendo nei processi decisionali democratici. Può anche essere usato per minare il progetto europeo. 

Il Codice europeo di buone pratiche contro la disinformazione è stato avviato nell'ottobre 2018 per combattere la diffusione delle fake news online. E’ uno strumento per contrastare la disinformazione voluto dalla Commissione europea e firmato dalle piattaforme online Facebook, Google e Twitter, Mozilla, nonché dagli inserzionisti e dall'industria pubblicitaria nell'ottobre 2018 Microsoft si è unita a maggio 2019, mentre TikTok ha firmato il codice a giugno 2020.

I firmatari hanno presentato le loro tabelle di marcia per implementare il codice. Il codice di condotta mira a conseguire gli obiettivi fissati dalla comunicazione della Commissione presentata nell'aprile 2018 stabilendo un'ampia gamma di impegni, dalla trasparenza nella pubblicità politica alla chiusura di account falsi e alla demonetizzazione dei fornitori di disinformazione.

firmatari del Codice si sono impegnati, in particolare, ad applicare politiche volte a ridurre le opportunità di inserimenti pubblicitari e incentivi economici per gli attori che diffondono disinformazione online; a migliorare la trasparenza della pubblicità politica, etichettando gli annunci politici e fornendo archivi ricercabili di tali annunci; ad agire contro e divulgare informazioni sull'uso di tecniche manipolative sui servizi di piattaforma da parte di malintenzionati, per aumentare artificialmente la diffusione di informazioni online e consentire a talune false narrazioni di diventare virali; a impostare caratteristiche tecnologiche che diano risalto a informazioni affidabili, in modo che gli utenti abbiano più strumenti e strumenti per valutare criticamente i contenuti a cui accedono online; a impegnarsi in attività di collaborazione con i fact-checker e la comunità di ricerca, comprese iniziative di alfabetizzazione mediatica.