The Warehouse: il nuovo libro di Rob Hart descrive un futuro plausibile e inquietante

In poco tempo il romanzo distopico dell'autore americano è diventato un successo internazionale ed ha attirato l'attenzione di Hollywood

The Warehouse: il nuovo libro di Rob Hart descrive un futuro plausibile e inquietante

Non può non esserci un buon motivo se, poco dopo il lancio, un romanzo viene tradotto in una ventina di lingue e  opzionato da Hollywood per diventare un film. Come accaduto in passato per le storie narrate da Black Mirror o per The Circle, il segreto sta probabilmente nella sua plausibilità.

La distopia narrata da Rob Hart in The Warehouse (il magazzino) racconta un mondo non troppo diverso da quello in cui già ci muoviamo, una brutta copia che, se proprio tutto andasse storto, potrebbe anche diventare realtà.

Così come il Cerchio non era Google o Facebook, anche se combinava elementi di entrambi, così Cloud, l'azienda fittizia protagonista del libro non è Amazon, anche se ci assomiglia molto.

È invece una versione potenziata e deviante dell'azienda di Jeff Bezos, fondata da un imprenditore tecnologico lievemente folle (ma lui probabilmente preferirebbe definirsi "visionario"), Gibson Wells che ha molte cose in comune con i titani della tecnologia odierni: è molto in gamba, decisamente privo di scrupoli e totalmente privo di autoironia.

Cloud riprende ed estremizza alcune delle caratteristiche secondo alcuni più discutibili (e discusse) di Amazon: la volontà di controllo dei lavoratori, i ritmi forsennati, l'avversione verso qualsiasi forma di rappresentanza sindacale, l'efficienza nella soddisfazione del cliente elevata a unico parametro rilevante sia dal punto di vista economico che morale.

Ma lo fa distributendo le merci in maniera diversa, grazie a sciami di droni controllati da satelliti di proprietà della compagnia, e muovendosi in un universo diverso. Non è l'America odierna della quasi piena occupazione: è un paese in profonda crisi, dove lavorare per la multinazionale di Wells non è una scelta, ma l'unica scelta per milioni di persone. 

Lo Stato è debole, incapace di garantire ai cittadini un'esistenza dignitosa, e le multinazionali come Cloud lo stanno svuotando dall'interno, proponendosi come unici referenti per l'erogazione di servizi essenziali.

In questo scenario Hart innesta un thriller di spionaggio industriale, con a corollario l'inevitabile storia d'amore, che si svolge all'interno di MotherCloud, una delle tante comunità fondate da Wells, dove i dipendenti alloggiano e lavorano, trascorrendo il proprio tempo all'interno di un sistema progettato apposta per spegnere qualsiasi barlume di iniziativa individuale e qualsiasi volontà di ribellione.

Luci al neon, grandi corridoi, tempi monitorati e cronometrati grazie al CloudBand, il braccialetto intelligente da non togliere mai (se non per metterlo in carica) e che serve un po' a tutto, dall'aprire le porte a pagare gli acquisti, nei negozi dell'azienda e con la moneta dell'azienda, che in MotherCloud fa le veci del dollaro.

A ben vedere, Hart non ha inventato niente. Comunità chiuse di lavoratori che facevano acquisti negli spacci della propria azienda, con cui non di rado si indebitavano, esistevano già nell'Ottocento e primo Novecento, dalle campagne venete alle miniere sarde, giusto per restare all'Italia.

Lo stesso concetto del controllo del dipendente tramite CloudBand viene ispirato a Wells dallo studio del Panopticon, il carcere ideale progettato da Jeremy Bentham alla fine del Settecento, in cui la sottomissione dei prigionieri veniva garantita dalla loro consapevolezza di poter essere, almeno in teoria, costantemente monitorati.

Quello che Hart fa è registrare in immaginario futuro prossimo lo slittamento all'indietro, la riemersione di forme di controllo e manipolazione che si credevano consegnate alla Storia.

È una visione di uno squarcio di futuro non implausibile.

Ed è una visione inquietante.