Ecco perché lo smart working dovrebbe "contagiare" tutte le aziende italiane

La crisi sanitaria in corso lo ha portato alla ribalta dell'informazione mainstream e lo ha fatto scoprire alla maggior parte degli italiani. Nel resto d'Europa è ormai una realtà sempre più diffusa, noi siamo indietro anni luce e il problema è solo culturale

Lo smart working conquista le prime pagine dei giornali ma l’Italia è fanalino di coda in Europa: i dati

Grazie al coronavirus lo smart working ha conquistato visibilità nei principali telegiornali e quotidiani italiani. Non era mai accaduto prima e probabilmente è una occasione più unica che rara per far accelerare, anche nel nostro Paese, l'adozione di un modello organizzativo che fa bene ai dipendenti, alle aziende e all’ambiente.

Il decreto del governo 

Di fronte all’emergenza sanitaria un decreto legge approvato d’urgenza ha fatto diventare lo smart working applicabile in via automatica fino al 15 marzo, nelle regioni interessate dai contagi. Una novità assoluta per l’Italia dove, come noto, tutto è reso difficile dalle pastoie burocratiche. Ma almeno per una volta ha prevalso il buon senso.

Il confronto tra Italia e resto d'Europa 

Lo smart working (noto nel nostro ordinamento giuridico come lavoro agile) è ormai largamente diffuso in Europa, ma nella Penisola stenta ancora a decollare. I dati diffusi dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano sono impietosi. Da noi appena il 4,8% dei dipendenti lavorano, in maniera stabile od occasionale, da casa. Peggio di noi solamente Romania, Bulgaria e Macedonia. Altrove, come nei Paesi Bassi e in Svezia, si raggiungono invece cifre record: rispettivamente 35,7% e 34,7%. Ma non sono eccezioni. Anche la Finlandia è oltre il 30%, Regno Unito, Francia, Belgio e Austria sono oltre il 20%.

Lavoratori più soddisfatti 

Il primo beneficio dello smartworking (quello più evidente) riguarda la qualità della vita dei lavoratori. E questo è particolarmente vero per i pendolari che sono costretti a fare viaggi molto lunghi per raggiungere il posto di lavoro. Anche in questo caso i dati parlano chiaro. Il 76% degli smart worker è soddisfatto del proprio lavoro, contro il 55% degli altri dipendenti. Uno su tre è pienamente coinvolto nella realtà in cui opera, rispetto al 21% di chi lavora in modalità tradizionale.

Più produttività e minori spese 

Numeri che si traducono in benefici anche per le aziende, dato lavoratori più soddisfatti e più coinvolti portano ad un aumento della produttività. A questo bisogna poi aggiungere la riduzione dei costi aziendali: minori spese per i buoni pasto e per la gestione degli immobili.

Benefici per l'ambiente 

Infine c’è un impatto positivo anche sull’ambiente. Più lavoratori in smart working significa anche meno automobili in strada e dunque meno CO2 nell’aria. Considerando i gravi problemi di inquinamento di molte grandi città italiane si potrebbe dire che è una assurdità che lo smart working non sia stato ancora imposto per legge alle aziende, quantomeno in una forma saltuaria (1 o 2 giorni a settimana).

La differenza tra grandi aziende, pmi e pa 

In realtà le grandi imprese del Nord hanno già iniziato ad introdurre il lavoro agile. Il fenomeno interessa ormai il 58% delle aziende di maggiori dimensioni. Ad essere in ritardo sono pmi  (piccole e medie imprese) e pubblica amministrazione. La conferma che il gap tra noi e gli altri Paesi europei dipende soprattutto da fattori culturali.

Smart working come prassi normale e non una eccezione 

L’epidemia del coronavirus sarà archiviata in Italia con grande felicità di tutti. Lascerà poche esperienze positive in eredità. La speranza è che tra queste ci sia anche la consapevolezza che lo smartworking può avere benefici positivi per la collettività sempre, e non solo durante una emergenza sanitaria.