Se vogliamo conoscere davvero i nostri figli ascoltiamo la loro musica

Analizzando i testi delle canzoni possiamo capire meglio il loro mondo

Se vogliamo conoscere davvero i nostri figli ascoltiamo la loro musica

Mahmood, Ghali, Gué Pequeno, J-Ax, Marracash: che cos’hanno in comune? Cantano una musica che spesso a noi adulti risulta fastidiosa, noiosa, in alcuni casi anche disgustosa. Eppure se ci fermiamo ad ascoltare i testi vediamo che Mahmood parla del suo rapporto difficile con il padre o della vita in un quartiere particolarmente disagiato. Ghali ci parla di come ci si sente ad essere italiani e amare l’Italia, ma venire comunque considerati stranieri e quindi estranei. Gué Pequeno racconta di una realtà in cui il vero padrone è il denaro e in cui forse non c’è più posto per i bravi ragazzi.

J-Ax, apparentemente più ridanciano, canta delle ipocrisie del mondo dello spettacolo e di una Società oramai sempre più sprofondata nelle sue finzioni, per cui l’unico modo per sopravvivere è rifugiarsi in un luogo in cui potere vivere le proprie fantasie, anche a costo di ricorrere a sostanze.

Marracash ci ha spesso fornito la visione di un mondo in cui le relazioni vengono mediate dai social, un mondo in cui non ci viene chiesto di pensare perché dobbiamo seguire gli algoritmi. Ma questi cantanti e i loro produttori sono anche degli ottimi marketers, ed è proprio questo l’aspetto più interessante per il nostro discorso. Questi personaggi sanno cosa vogliono i nostri ragazzi, conoscono i loro desideri, le loro fantasie, le loro paure, e le traducono in canzoni ritagliate su misura per il loro pubblico.

Sono rilevazioni accurate frutto di ricerche di marketing spesso effettuate da professionisti del settore, con lo scopo di trarre soldi dai nostri ragazzi. Un nemico che forse possiamo sfruttare a nostro vantaggio. Infatti se andiamo a vedere la questione da un altro punto di vista, ossia uscendo dai concetti di bene e male, giusto e sbagliato, ecco che l’attività di questi personaggi può tornare utile anche a noi.

Infatti è come se stessero indicando anche a noi che cosa provano i nostri figli, quali sono i loro desideri e le loro paure. Possiamo prelevare i testi delle loro canzoni e fare opera di “reverse engineering”, ossia quella pratica che parte dal prodotto finito e ne ripercorre la produzione a ritroso per scoprirne la tecnica, le tattiche e le strategie.

Analizzando i loro testi quindi troviamo temi quali: I quartieri di periferia in cui gli abitanti si sentono abbandonati dalle Istituzioni, luoghi in cui l’unico obiettivo è superare la giornata. Il non sentirsi parte di questa Società che schiaccia i sogni, che non permette ai ragazzi di esprimere i loro desideri e li obbliga a crearsi dei gusci per non soccombere. La percezione di sentirsi abbandonati da noi adulti e quindi di doversela cavare da soli. La difficoltà ad interagire con il mondo adulto. Un mondo sempre meno umano

Sono gli stessi temi che emergono dai nostri figli quando li si ascolta, a casa oppure a scuola, e sono tutti lì, nelle canzoni che loro ascoltano fino alla nausea. Facendo opera di reverse engineering delle loro canzoni preferite, anziché rifiutarle incondizionatamente, scopriamo una vera e propria mappa, una guida ai vissuti dei nostri figli.

Dobbiamo quindi considerare questi personaggi come dei benefattori? Non necessariamente, ma se il vero nemico che vogliamo combattere è il disagio dei nostri ragazzi allora tanto vale usare tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, non trovate?