La sorte di Julian Assange e Wikileaks: è un monito ai giornalisti "scomodi"?

L'attivista australiano è uno dei personaggi più controversi dell'ultimo decennio. Un pericoloso sovversivo per alcuni. Un genio o un pioniere per altri

La sorte di Julian Assange e Wikileaks: è un monito ai giornalisti 'scomodi'?

Guardavo qualche tempo fa al cinema "Il Post", il film di Stephen Spielberg che racconta l'epopea dei giornalisti del New York Times e del Washington Post che pubblicarono i Pentagon Papers, rivelando le bugie dell'amministrazione Nixon (e di altri presidenti prima di lui) sulla guerra in Vietnam. Nixon cercò di farli condannare per aver rivelato segreti di Stato ma la Corte Suprema diede ragione alla stampa, valutando che l'interesse pubblico a conoscere la verità sull'operato dei governanti venisse prima di qualsiasi considerazione burocratica. I giornalisti che sfidarono il presidente vengono nel film dipinti come degli eroi.

Per qualche ragione, la stessa logica non si applica a Wikileaks, sito specializzato nel rivelare informazioni "scomode" per il potere, né al suo fondatore, Julian Assange. Nonostante abbiano documentato, fra le altre cose, la violazione dei diritti umani a Guantanamo, il dietro le quinte della guerra in Iraq e Afghanistan, l'avvelenamento di migliaia di persone con rifiuti tossici in Costa D'Avorio, 

Nessuna patente di eroismo per loro, solo biasimo e damnatio memoriae. 

Assange è uno dei personaggi più controversi dell'ultimo decennio. Un pericoloso sovversivo per alcuni. Un genio o un pioniere per altri. La prima etichetta probabilmente lo lascerebbe indifferente, la seconda e la terza sarebbero fonte di lusinga. C'è n'è una quarta, che potrebbe presto appicarglisi addosso e di cui farebbe però volentieri a meno: quella del martire.

In novembre una sessantina di medici inglesi hanno scritto una lettera aperta al Segretario di Stato Priti Patel, preoccupati per le condizioni di salute dell'australiano che, sostengono, potrebbe non arrivare vivo a febbraio 2020. Sta male, sette anni di residenza forzata, senza mai poter uscire, in una piccola ambasciata, seguiti da nove mesi nel carcere di massima sicurezza britannico dove si trova attualmente, fiaccherebbero la salute di chiunque.

È un reietto Assange, abbandonato quasi da tutti, malgrado l'unico reato per cui sia stato finora condannato è quello di aver rifiutato di consegnarsi alla giustizia inglese per essere estradato in Svezia; qui avrebbe dovuto rispondere del presunto stupro di una fan (le accuse, su cui sono stati sempre sollevati molti dubbi, ora che è in prigione sono state opportunamente lasciate cadere). Per la mancata comparizione è stato condannato a 50 settimane di prigione, quasi il massimo della pena per questo tipo di imputazione.

La pena è stata scontata, ma Assange rimane in carcere, una condizione che il gruppo di lavoro di lavoro delle Nazioni Unite sulla "detenzione arbitraria" considera sproporzionata ed illegale, mentre un alto rappresentante dell'Onu, Nils Meltzer, ha sottolineato come il detenuto presentasse i tipici segni di una persona sottoposta a tortura.

Naturalmente non è tutto qui, c'è molto di più in gioco e in vista, c'è l'estradizione negli Stati Uniti dove è stato aperto a maggio un procedimento contro di lui per aver illegalmente "ricevuto, ottenuto e divulgato" documenti top secret. Accuse per cui verrebbe molto probabilmente condannato.

Ma il punto non è solo o tanto che Assange sia colpevole o meno. Il punto è capire se, 48 anni dopo la pubblicazione dei Pentagon Papers ci sia ancora margine di azione per chi metta l'interesse del pubblico a conoscere la verità prima della fedeltà e dell'adesione alle ricostruzioni "ufficiali". Se il fondatore di Wikileaks dovesse essere incriminato secondo l'Espionage Act, qualsiasi giornalista che pubblicasse indiscrezioni sgradite al governo, in futuro, potrebbe subire le stesse ripercussioni.

Anche solo per questo il caso dovrebbe ricevere maggiore attenzione a livello internazionale.

Ha sbagliato molto, Assange. È stato spesso arrogante, si è inimicato la maggior parte dei giornalisti con cui ha collaborato e molti dei sostenitori che all'inizio lo avevano appoggiato. Negli ultimi anni, inoltre, Wikileaks è sembrato, in taluni casi, più uno strumento per seminare confusione fra l'establishment liberale americano, che un sito impegnato a rendere visibili dei torti.

L'antipatia personale, tuttavia, non è o non dovrebbe essere il metro su cui giudicare e condannare al carcere a vita (o addirittura a morte) una persona. Se lo scopo della persecuzione giuridica dell'australiano è la difesa dei meccanismi che tutelano lo Stato di diritto, non si fa certo onore a quello stesso Stato di diritto violandone ripetutamente i principi, con quella che somiglia più a una forma di accanimento e vendetta ad personam, che alla ricerca della giustizia.