Il nuovo business che vende i nostri profili psicologici costruiti con quello che pubblichiamo sui social

Ad usare ciò che condividiamo su Facebook o Twitter non sono solo gli algoritmi delle piattaforme ma anche società che usano l'intelligenza artificiale per capire chi siamo e vendere queste informazioni ad altre aziende

Ecco perché le informazioni condivise sui social possono diventare un boomerang
Foto Ansa

Condividere in rete informazioni su quello che pensiamo e che ci piace è molto più pericoloso di quello che solitamente si pensa. La mancanza di consapevolezza su questo aspetto è probabilmente una delle maggiori criticità delle nostre vite onlife, neologismo creato dal filosofo italiano Luciano Floridi per indicare il fatto che le nostre esperienze reali e digitali sono sempre più intrecciate.

In questa nuova dimensione onlife c’è un’importante differenza rispetto al passato: nel mondo digitale tutto viene tracciato, conservato e analizzato. E queste informazioni producono degli effetti sulla nostra vita reale. E’ proprio questa retroazione dal digitale al mondo reale che può sfuggire ai meno attenti. 

La punta dell’iceberg del fenomeno (la più nota a tutti) è quello dei social network. Gli algoritmi usano le nostre interazioni (commenti, like, condivisioni ecc.) per profilarci e venderci agli inserzionisti pubblicitari. I social sono gratuiti perché il prodotto siamo noi. Il risultato è la pubblicità targetizzata. Ognuno visualizzerà solamente promozioni di prodotti o servizi verso cui ha un potenziale interesse.

Fino a quando la profilazione viene usata a fini commerciali si può anche affermare che non c’è nulla di preoccupante. Il discorso cambia quando le stesse informazioni vengono utilizzate a fini politici come ha insegnato lo scandalo di Cambridge Analytica. Oppure quando i contenuti scelti dagli algoritmi sui nostri feed contribuiscono a creare malessere esistenziale, come ha sostenuto l’ex manager d Facebook, Frances Haugen, che testimoniando davanti al Senato Usa ha gettato pesanti ombre sugli effetti psicologici delle piattaforme controllate da Mark Zuckerberg.

Tutte queste sono in parte cose risapute. Ciò che invece non è noto è l’esistenza di un fiorente business che utilizza le informazioni pubblicate in rete per creare nostri profili psicologici e comportamentali da rivendere alle aziende.

Per fare cosa? Recruiting e vendite sono gli ambiti più rilevanti. Nel primo caso un’azienda che sta valutando l’assunzione di un candidato può richiedere un’analisi della personalità basata sui dati raccolti sui suoi profili social ovvero sui comportamenti tenuti su Facebook, Twitter, Linkedin è così via.

Nel caso delle vendite invece una azienda che deve incontrare un potenziale cliente può farsi fare un profilo psicologico dell’interlocutore contenente anche indicazioni operative su come avviare la trattativa, su come presentare l’offerta, su come negoziare il prezzo e così via. Il tutto finalizzato dunque a capire come manipolare più efficacemente la controparte.

La lista delle società specializzate nella profilazione psicologica basata sui dati personali disponibili sul web è già lunga. Tra le più interessanti figurano Humantic.ai e Crystalknows.com. Entrambe le società sui loro siti mettono in bella evidenza il fatto di avere tra i loro clienti la maggior parte delle più importanti aziende americane. Si può quasi dire che sul fronte recruiting quasi nessuno più viene assunto senza essere sottoposto ad una accurata analisi dei suoi comportamenti sulle piattaforme social.

E’ legale tutto questo? Assolutamente sì, dato che si tratta di informazioni pubbliche. E’ eticamente corretto farlo? Qui la risposta è più complessa dato che nessuno nel momento in cui posta un commento su Facebook o su Twitter pensa che un giorno questa informazione potrebbe essere utilizzata contro di lui, per esempio facendogli perdere l’occasione di conquistare un lavoro o facendogli fare un importante acquisto di cui in realtà non ha bisogno.

Anche in questo caso (come in quello della pubblicità targetizzata) esiste una tesi che sostiene la bontà delle nuove pratiche. Tutto ruota attorno ai bias cognitivi ovvero agli errori che gli umani compiono prendendo decisioni. Campo di ricerca sviluppato in particolar modo negli anni ’70 dagli psicologi Tversky e Kahneman che nel 2002 ha consentito a quest’ultimo di vincere il premio Nobel per l’economia.

Inizialmente le teorie di Kahneman hanno avuto successo nel settore della finanza ma ormai stanno contagiando ogni ambito economico. L’idea che sta prendendo piede (soprattutto nel campo della selezione del personale) è che gli algoritmi di intelligenza artificiale possono arrivare a prendere decisioni migliori rispetto agli uomini proprio perché privi di bias cognitivi. Dunque la AI semplicemente analizzando le informazioni pubbliche online di un candidato può comprenderlo meglio di quanto possa fare il direttore del personale di una azienda con uno o più colloqui.

In realtà nell’ambito della selezione del personale l’utilizzo degli algoritmi è ancora più vasto, dato che vengono impiegati anche per condurre direttamente i colloqui di lavoro, attraverso avatar digitali, e per analizzare successivamente le video registrazioni degli incontri. L’intelligenza artificiale anche in questo caso traccia un profilo psicologico analizzando tutta una serie di informazioni (linguaggio verbale, corporeo, micro movimenti facciali) e indica se il candidato è idoneo oppure no all’incarico.

L'utilizzo ad ampio spettro dell'AI nel recruiting è utile per comprendere i progressi compiuti negli ultimi anni dall'intelligenza artificiale grazie all'evoluzione della tecnologia delle reti neurali. Gli algoritmi sono ormai in grado di tracciare un nostro profilo psicologico con un margine di errore limitato. Ecco perché ora più che in passato è importante acquisire consapevolezza dell’importanza dei nostri comportamenti online. E soprattutto è importante spiegare questo ai più giovani per evitare che un domani possano pentirsi di quanto fatto oggi inconsapevolmente.