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A Torino nasce la prima laurea in Psicologia applicata all'innovazione digitale

Parte all'Istituto Universitario Salesiano il primo corso di laurea magistrale in  Psicologia applicata all'innovazione digitale. Abbiamo intervistato Claudia Chiavarino, Direttrice accademica di IUSTO

di Matteo Grussu   
Claudia Chiavarino, Direttrice accademica di IUSTO
Claudia Chiavarino, Direttrice accademica di IUSTO

Viviamo immersi nelle nuove tecnologie digitali, onlife per dirla col filosofo Luciano Floridi, in una realtà dove è impossibile (ma forse oramai inutile) cercare di separare distintamente la dimensione online e offline. Non solo le nostre vite, ma il mondo del lavoro è attraversato da una trasformazione digitale, in cui le vecchie figure professionali perdono i loro connotati originari, per ibridarsi e rinnovarsi continuamente. È necessario, allora, che queste nuove professionalità, di cui si sentirà sempre più il bisogno, sappiano muoversi tra i confini delle diverse discipline, capaci di dialogare e lavorare insieme in un contesto sempre più dinamico e multidisciplinare.
Un passo in questa direzione lo sta facendo l'Istituto Salesiano Universitario di Torino, proponendo un nuovo corso di laurea magistrale, il primo in Italia, in Psicologia applicata all'innovazione digitale. Ne abbiamo parlato con la professoressa Claudia Chiavarino, che dirige il Centro Innovazione e Ricerca  ed è Direttrice accademica di IUSTO.

Dottoressa Chiavarino, perché avete sentito l'esigenza di strutturare un intero corso di laurea in Psicologia applicata all'innovazione digitale?

Il dialogo tra psicologia e progresso tecnologico è attivo e vivace sin dagli anni Cinquanta. Penso alla psicologia cognitiva, che ha rivoluzionato l’industria indicando come i processi attentivi, percettivi e di apprendimento influenzano l’efficacia nell’utilizzo di macchinari, nell’esecuzione simultanea di più compiti, nell’automatizzazione delle procedure. Più di recente le neuroscienze hanno mostrato come le nostre decisioni, in ambito commerciale, economico e politico, si basano spesso su scorciatoie di pensiero (i cosiddetti bias) e su processi di natura emotiva. Sono così nati corsi di laurea in psicologia dedicati alle scienze cognitive applicate. Oggi ci troviamo ad un altro turning point: la realizzazione di tecnologie sempre più autonome nel prendere decisioni (su di noi) e sempre più competenti nell’interazione (con noi) sta suscitando grandi entusiasmi ma anche grande preoccupazione rispetto a come questi strumenti possono essere impiegati. Il primo bisogno è stato quello di definire le linee guida e i principi etici che le tecnologie digitali devono rispettare. Ma sta diventando sempre più urgente occuparsi anche di operazionalizzare, ovvero di tradurre nella pratica, questi principi teorici. Come si fa a creare algoritmi che non siano discriminanti? A quali condizioni possiamo affidare a un robot l’educazione dei nostri figli? La psicologia, che ha come suo “core” lo studio della mente e del comportamento umano, dispone di modelli e strumenti operativi per dare applicazione a questi principi e costruire servizi e prodotti in grado di supportare realmente l’autonomia, la competenza e la capacità di relazione delle persone. Questo know-how, che combina una varietà di elementi (dalla psicologia dell’innovazione allo user-centred design, dalla filosofia della mente all’intelligenza artificiale, dalla data science al computing affettivo), è confluito in questo corso di laurea.

Quanto è importante l'aspetto pratico e laboratoriale della formazione? Il piano di studi prevede numerose possibilità tra laboratori, esercitazioni e tirocini, di che cosa si tratta nello specifico?

A giugno è stato approvato alla Camera (ed è ora in discussione al Senato) il DDL che propone di rendere abilitanti le lauree in Psicologia, al pari di altre lauree di ambito sanitario. Per la Psicologia questo vorrà dire che scompariranno l’anno di tirocinio post-laurea e l’esame di Stato. Ma, anche nella situazione attuale, è imperativo affrontare il gap che esiste tra le competenze richieste dal mondo del lavoro e quelle possedute dai candidati in uscita dalle Università. Dunque, i nostri docenti universitari provengono in egual misura dal mondo universitario e dal mondo del lavoro, e anche nei corsi di natura prettamente teorica prevediamo che la metà delle ore siano dedicate ad applicazioni pratiche, presentazioni di casi, esercitazioni, project works. Inoltre, come parte strutturale del percorso, sono previsti 4 laboratori (che danno la possibilità di applicare concretamente quanto appreso negli insegnamenti teorici), 1 esercitazione sulla progettazione di interfacce e 250 ore di tirocinio, che può essere svolto direttamente in un’azienda/ente del territorio. Grazie all’accordo tra IUSTO, Ordine degli Psicologi del Piemonte (OPP) e Associazione Italiana Direttori del Personale – sezione Piemonte e Valle d’Aosta (AIDP), gli studenti possono svolgere questo tirocinio anche in sedi prive di uno psicologo in organico, ma potenzialmente interessate ad impiegarne uno, perché in questi casi mettiamo noi a disposizione gratuitamente il tutor psicologo. Questi sono tutti atti concreti per permettere agli studenti di coltivare le dimensioni del “saper fare” e del “saper essere” e per facilitare il loro inserimento lavorativo nel contesto produttivo già prima della laurea.

È innegabile che il dispositivo influenzi l'utilizzo e la percezione, perciò quanto è importante conoscere il funzionamento interno di queste tecnologie per migliorarne l'usabilità e l'UX, ma soprattutto per curare e prevenire il disagio psicologico?

Siamo immersi un mondo di “psicotecnologie”, come le chiama Derrick de Kerckhove, in grado di modificare i nostri processi cognitivi e il modo stesso in cui il nostro cervello elabora le informazioni. Il fiorire dello user experience design è testimonianza di quanto l’esperienza (emotiva oltre che funzionale) che facciamo di una tecnologia sia cruciale per il nostro engagement e la nostra fidelizzazione verso il prodotto. Tuttavia, a mio parere, per uno psicologo che lavori in questo ambito, non è fondamentale comprendere nel dettaglio il funzionamento interno di un algoritmo o di una rete neurale. Quello che serve è avere, lato uomo, una profonda conoscenza dei bisogni e delle motivazioni che spingono le persone verso il benessere e di come si evolvono i loro processi emotivi e cognitivi nel perseguimento di questi bisogni e, lato tecnologia, la comprensione dei principi generali di funzionamento in base ai quali le tecnologie sono strutturate e costruite e la padronanza delle procedure e dei passaggi che si rendono necessari per il loro utilizzo. Certo, è doveroso possedere delle basi di programmazione e di algoritmica, ma con l’obiettivo di imparare il linguaggio e la logica che sottendono la programmazione, in modo da potersi interfacciare con gli sviluppatori parlando lo stesso linguaggio e potendo condividere problemi e possibilità di sviluppo. Spesso il problema del lavoro interdisciplinare è proprio che i professionisti partono da assunti e linguaggi incommensurabili. Gli psicologi che lavorano in ambito tecnologico non devono necessariamente saper programmare, ma devono saper comunicare efficacemente con gli sviluppatori per determinare, ad esempio, come costruire algoritmi che non siano soggetti a bias, che non causino discriminazioni, che evitino influenze indebite sulle scelte delle persone e così via.

Si parla sempre più spesso, per fortuna, di BES (Bisogni Educativi Speciali), quanto è importante e quali sono le principali tecnologie per l'inclusione e il sostegno?

L’ambito educativo è spesso il primo contesto in cui i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) o i bisogni educativi speciali (BES) vengono rilevati. Sono diversi gli strumenti tecnologici che vengono utilizzati per favorire l’inclusione di studenti con disabilità o con DSA/BES in ambito educativo: piattaforme integrate per l’apprendimento, tecnologie assistive (tastiere personalizzate, software di riconoscimento vocale), sistemi di comunicazione aumentativa/alternativa, ma pensiamo anche alle nuove stimolanti frontiere della robotica educativa o della realtà virtuale e della mixed reality. Quello che farà la differenza, però, sarà l’approccio pedagogico sottostante. Gli stili e le modalità di apprendimento sono diversi anche tra coloro che non hanno bisogni speciali: chi beneficia della modalità visiva, chi di quella uditiva, chi di quella cinestesica. Un approccio inclusivo è quello che consente di utilizzare gli strumenti tecnologici per creare lezioni avvincenti, comprensibili e utili per tutta la classe. Quando acquistiamo un paio di scarpe non chiediamo “un numero medio”, ci aspettiamo di trovare il nostro numero. Lo stesso vale per l’educazione: ciascun bambino e ragazzo ha il diritto di poter utilizzare sistemi che siano adatti al suo specifico modo di apprendere. Le tecnologie possono aiutare in questa direzione: stimolando diverse modalità percettive, diversi canali di apprendimento, affinché ciascuno studente possa trovare il suo “aggancio” per una migliore e più efficace esperienza di apprendimento.

Shoshanna Zuboff parla di “diritto al tempo futuro”, Paolo Benanti di “Algoretica”, le chiedo: quanto è importante ritrovare la dimensione e la riflessione etica quando si parla di nuove tecnologie digitali?

L’etica, in particolare nel contesto europeo, è al centro non solo del dibattito fra studiosi e ricercatori, ma anche dello sforzo normativo e politico: cito ad esempio la proposta per un regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (aprile 2021) o le raccomandazioni etiche per i veicoli automatizzati e connessi (settembre 2020). L’aspetto su cui ancora manca una visione chiara è “come” implementare una governance umana che orienti la tecnologia verso i valori da seguire. L’Unione Europea, in tema di intelligenza artificiale, prevede che debbano essere attuati il monitoraggio e la certificazione dei sistemi che impattano sui diritti fondamentali e sulla salute delle persone. Chi farà questo monitoraggio? In base a quali criteri verrà concessa la certificazione? Di recente il World Economic Forum ha proposto la figura di un “Chief AI Ethics Officer” (CAIEO), come figura responsabile dell’affidabilità delle tecnologie sviluppate e usate da un’azienda. Un paio di anni fa le polemiche sugli algoritmi utilizzati da Hireview (azienda del settore hiretech che usa l’intelligenza artificiale per valutare i colloqui video di candidati a posizioni lavorative) hanno portato alla ribalta la possibilità di audit multidisciplinari degli algoritmi, con il coinvolgimento di esperti di bias e diversità. Di fatto, il tentativo è di passare dal considerare la persona solo come un potenziale cliente o acquirente, o peggio, come un fornitore di “surplus comportamentali” su cui generare profitto, a un essere umano nella sua interezza. Non è un caso che sia l’Università Pontificia Salesiana a proporre questo corso di laurea.

Per chi abita a Torino, venerdì 8 ottobre si terrà un Open Day per presentare il nuovo corso di laurea in  Psicologia applicata all'innovazione digitale.

di Matteo Grussu   

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