Lo smartworking è un successo ma serve il diritto alla disconnessione

Il lavoro da casa sta allungando la giornata lavorativa. Tra i correttivi da apportare al nuovo modello organizzativo anche chiari paletti sugli orari da inserire nei contratti

Lo smartworking un successo ma serve il diritto alla disconnessione

Lo smartworking non sarà un fenomeno passeggero. Ormai appare sempre più evidente che questo modello organizzativo non sarà archiviato a partire dal 4 maggio e molto probabilmente neanche dopo la fine della pandemia. Teoricamente nella fase 2 le aziende potrebbero decidere di riportare i lavoratori in sede. Ma è stato lo stesso governo a raccomandare "il massimo utilizzo di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza". Come ormai abbiamo capito tutti la fine del lockdown più rigido non è un ritorno alla normalità.

Le resistenze culturali italiane 

Con molta probabilità dunque le aziende saranno costrette a prolungare lo smartworking. Costrette perché a differenza di quanto avvenuto nel Nord Europa, imprenditori e manager italiani hanno sempre opposto una resistenza culturale al lavoro agile. I dati parlavano chiaro. Da noi il fenomeno coinvolgeva appena il 5% dei lavoratori, da altre parti si andava già oltre il 30%. Perché questo ritardo? Il motivo è semplice: il timore che il lavoro a distanza potesse spingere le persone a lavorare di meno. In Italia la cultura del controllo e l’adozione di modelli organizzativi verticali è più forte che negli altri Paesi più avanzati.

Con lo smartworking si lavora di più 

Ma da queste prime settimane di smartworking sta emergendo un dato diametralmente opposto: le persone stanno lavorando di più. Non solo sono più soddisfatte ma restano molto più a lungo incollate alla tastiera del personal computer. Da una ricerca di Bloomberg condotta negli Stati Uniti è emerso che la giornata lavorativa si è allungata addirittura di 3 ore. E lo stesso fenomeno viene denunciato anche da molti lavoratori italiani.

I media digitali rendono il lavoro più invasivo 

Lavorare da casa rende più complesso per le persone separare nettamente la vita lavorativa da quella privata anche perché le modalità di interazione sono sempre più basate sullo smartphone (email, chat) che è sempre a portata di mano. Ad un messaggio del capo bisogna rispondere anche se arriva alle 21 o alle 22 di sera. Non è consuetudine rimandare al giorno dopo.

La necessità di un diritto alla disconnessione 

Ecco perché tra le correzioni/miglioramenti più importanti da apportare al nuovo modello organizzativo non ci sono solo aspetti tecnici (piattaforme, sicurezza dei dati) ma anche l’introduzione di un diritto alla disconnessone che lo smartworking rende ancora più urgente e che al momento in Italia è previsto solo da pochi contratti collettivi di lavoro. 

La cultura del work life balance 

E’ ovvio però che alla radice di tutto c’è una questione culturale che non cambia introducendo semplicemente un diritto alla disconnessione. Bisognerebbe riprogrammare imprenditori, manager e lavoratori in una ottica di work life balance ovvero di ricerca di un sano equilibrio tra vita lavorativa e vita privata. Equilibrio che (molti studi scientifici dimostrano) migliora la produttività esattamente come sta facendo lo smartworking.

Una chance di cambiamento e miglioramento 

La pandemia ha più effetti negativi che positivi. Su questo non c’è dubbio. L’unica speranza però è che possa quantomeno servire a svecchiare la cultura del lavoro italiana, ferma a inefficienti modelli organizzativi pre-rivoluzione digitale, nonostante il lungo e inesorabile declino della produttività del lavoro rispetto ai Paesi più avanzati.

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