La lezione dello smartworking dopo mesi di lavoro da casa

L’esperienza sta dimostrando che in molti settori produttivi il nuovo modello organizzativo funziona ma a patto che il management accetti la trasformazione culturale che esso richiede 

La lezione dello smartworking dopo mesi di lavoro da casa

Lo scorso marzo, nel pieno della prima ondata della pandemia, il mondo intero è stato costretto a ricorrere allo smartworking per evitare il totale collasso delle attività produttive. L’esperienza è incominciata con una dose di forte scetticismo da parte di tutti: imprenditori, manager, lavoratori. Nel giro di poche settimane gran parte dei dubbi sono stati però cancellati facendo emergere una nuova consapevolezza: le tecnologie di comunicazione digitale ci consentono di superare definitivamente i modelli organizzativi novecenteschi. Un nuovo mondo del lavoro è possibile.

Il grado di fattibilità e di efficienza dello smartworking è ovviamente legato allo specifico settore produttivo. Ma non c’è dubbio alcuno che nei servizi ed in particolare nei cosiddetti “settori della conoscenza” digitalizzati il luogo di lavoro sia ormai totalmente indifferente. Non solo perché è sufficiente avere una connessione ad internet per avere accesso alle informazioni ed essere operativi ma anche perché i diversi canali di comunicazione digitale (email, chat, sistemi evoluti di teleconferenza) garantiscono ai singoli di lavorare in costante contatto con colleghi e clienti.

La più grande lezione che si è avuta in questi mesi di smartworking non è però che esso può davvero funzionare ma che per farlo ha bisogno di un profondo cambiamento culturale da parte dei lavoratori e soprattutto dei manager. Questa, per esempio, è la convinzione di Karen Mangia, autrice del libro, Working from Home, Making the New Normal Work for You, secondo cui il principale ostacolo allo smartworking è rappresentato dalla sfiducia del management nei confronti dei lavoratori.

“Sono sempre stati abituati – ha spiegato l’autrice - a valutare le prestazioni dei collaboratori avendoli in ufficio durante le giornate lavorative. La distanza alimenta un problema di fiducia che tuttavia può essere tranquillamente superato grazie alle nuove tecnologie digitali e ad un lavoro orientato agli obiettivi”.

Ritorna dunque a galla una questione ben più vecchia dello smartworking. L’incapacità di alcune aziende (ovvero dei loro manager) di adottare modelli organizzativi basati non sul controllo delle persone ma sulla loro responsabilizzazione e su una gestione orientata al raggiungimento di obiettivi (management by objectives). 

E in fondo questa è (in estrema sintesi) proprio la differenza tra lo smartworking e il semplice lavoro a distanza (o telelavoro). Il termine smart (intelligente) non si riferisce all’uso delle tecnologie digitali ma all’adozione di un modello organizzativo intelligente che aumenta la produttività e la soddisfazione di tutti.  

Cosa succederà quando finalmente la pandemia sarà superata? Ovvero, cosa resterà dello smartworking? Un ritorno all’anno zero pre Covid è improbabile. Forme di lavoro agile sono probabilmente destinate a rimanere nella maggior parte delle aziende ma il grado di adozione dipenderà da quanto saranno riusciti ad evolversi i singoli management, ovvero da quanto saranno disposti a concedere fiducia ai lavoratori e a lavorare per obiettivi. Da questo cambiamento culturale dipende il volto che il mondo del lavoro assumerà nei mesi post pandemia. 

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