La rivoluzione australiana: stop alle notizie gratis su motori di ricerca e social. Le mosse di Google e Facebook

I due colossi americani hanno reagito in modo opposto alla legge approvata dalla Camera dei rappresentanti che li costringe a riconoscere un compenso agli editori per l'utilizzo delle notizie giornalistiche 

La rivoluzione australiana: stop alle notizie gratis su motori di ricerca e social. Le mosse di Google e Facebook
Foto Ansa

Quanto sta accadendo in Australia in queste ore potrebbe essere un punto di svolta epocale per l’informazione online. La Camera dei Rappresentanti ha approvato una legge che impone lo stop alle notizie gratuite sui motori di ricerca e sui social. Affinché il provvedimento diventi legge manca solo il passaggio in Senato che dovrebbe avvenire a breve.

La nuova normativa australiana stabilisce che i colossi digitali per poter utilizzare le notizie pubblicate dai giornali devono riconoscere un pagamento agli editori. Una rivoluzione copernicana rispetto a quanto avviene oggi e a quanto è sempre avvenuto fin dagli inizi di internet.

Google e Facebook, i due giganti della Silicon Valley che più si sono avvantaggiati dell’utilizzo gratuito delle notizie, hanno reagito in modo opposto all’iniziativa del Parlamento australiano.

Google ha stretto un accordo con vari editori (tra cui News Corp) per adattarsi al nuovo quadro normativo e riconoscere un compenso per l’utilizzo di contenuti giornalistici.

L’iniziativa di Big G va oltre la sola Australia. Accordi analoghi sono stati stipulati anche negli Stati Uniti (con Wall Street Journal e New York Post), Regno Unito (con The Times e The Sun) e Germania (con Der Spiegel).

Il motore di ricerca si è impegnato a spendere 1 miliardo di dollari in tre anni nell’acquisto di notizie giornalistiche attraverso intese con gli editori che saranno stipulate in una decina di paesi.

Sundar Pichai, ceo di Google (foto Ansa)

Facebook al contrario ha optato per la linea dura. Nessun accordo con gli editori ma blocco della visualizzazione delle notizie online al pubblico australiano. I giornali potranno continuare a condividere le proprie notizie sulla piattaforma social ma queste non saranno più visibili a chi si collega dall’Australia.

Mark Zuckerberg, fondatore e ceo di Facebook (foto Ansa)

Non c’è alcun dubbio che la linea adottata da Google sia preferibile a quella di Facebook per due motivi. Il primo è che rispetta la necessità degli utenti di essere informati. La seconda è che va incontro alle necessità degli editori che (a parte qualche eccezione virtuosa) stanno attraversando un momento molto delicato dal punto di vista economico.

Il declino della carta stampata (che garantiva ricavi importanti attraverso la vendita delle copie) è stato compensato solo in parte dal boom dell’informazione online che nella maggior parte dei casi si basa ancora su modelli gratuiti finanziati dalla pubblicità.

Ma proprio l’ascesa di Google e Facebook ha eroso i ricavi pubblicitari degli editori. Da qui un pericoloso corto circuito che non riguarda solamente la tenuta del conto economico dei giornali ma la tenuta della stessa democrazia.

Non può esistere infatti democrazia senza l’esistenza di una informazione libera e pluralista. Fare informazione però costa, è una attività industriale a tutti gli effetti che richiede adeguati ricavi.

L’intervento del Parlamento australiano va dunque interpretato con questa chiave di lettura: garantire la sopravvivenza di un settore fondamentale per i cittadini e per la democrazia.

La speranza è che presto altri paesi si muovano nella stessa direzione per costringere i colossi della Silicon Valley a condividere una parte degli immensi guadagni generati dalle loro piattaforme che (è importante ricordare) funzionano grazie ai contenuti prodotti da altri.