Le nuove tendenze dell'informazione: l'articolo è datato, meglio il podcast

Mentre i giornali stentano a far quadrare i conti, e i canali televisivi sembrano ormai prevedibil e ingessati, i podcast decollano.

Le nuove tendenze dell'informazione: l'articolo è datato, meglio il podcast

Poveri noi. Poveri noi che tentiamo faticosamente di trasformare un insieme di concetti in frasi e parole che abbiano un senso. Poveri noi articolisti, insomma, perché il futuro non è nostro. Un po' lo sapevamo, da tempo si diceva che il futuro sarebbe stato dei video, ma ora si è aperto un nuovo fronte. Non sono tanto i videomaker, come si pensava un tempo, a dominare la scena, ma gli autori di podcast.

Per chi non sapesse cos'è un podcast, immaginate contenuti radiofonici (ma possono essere anche video) legati a un palinsesto e scaricabili on demand, in qualsiasi momento, anche anni dopo che la trasmissione è andata in onda. È di pochi giorni fa la notizia che Spotify ha concluso un accordo con il 're" americano del podcasting, Joe Rogan, per avere in esclusiva sulla sua piattaforma i contenuti dello show di Rogan. Non si sa quanto esattamente l'azienda svedese abbia pagato, ma il Wall Street Journal ipotizza una cifra attorno ai 100 milioni di dollari.

In tempi di crisi dell'editoria, in cui i giornali chiudono o si ridimensionano e i giornalisti vedono assottigliarsi vieppiù i compensi, una cifra davvero stratosferica. Per quanto clamorosa, per un singolo autore, non si tratta della prima acquisizione di Spotifiy in questo settore: a febbraio aveva già sborsato 200 milioni di dollari per comprare The Ringer, un sito di sport, che abbina contenuti testuali e video a un network di podcast tematici. L'anno scorso aveva fatto propri altri due network, Gimlet e Parcast.

L'applicazione di musica in streaming ha effettuato tutte queste acquisizioni, lo ha spiegato bene il fondatore Daniel Elk in un post sul blog aziendale, come parte di una precisa strategia: diventare il punto di riferimento per l'audio online. Diventare, dunque, quello che YouTube è per i video.

Mentre i giornali stentano a trasformare l'afflusso di lettori in un ritorno commerciale apprezzabile, e i canali televisivi sembrano ormai bolliti, ridotti a replicare formati prevedibil e ingessati, gli show come quello di Rogan decollano. Le sue "conversazioni" in studio con Elon Musk, caricate oltre che sul sito su YouTube, hanno fatto registrare complessivamente circa 50 milioni di visite. I file audio del suo podcast vengono scaricati in un mese qualcosa come 190 milioni di volte.

Quali i motivi di tale spropositato successo? Ce ne sono diversi: alcuni hanno a che fare con l'autore, altri sono legati a  tendenze più generali.Come racconta Bari Weiss sul New York Times, Rogan rappresenta solo sé stesso, non deve rispondere a nessuno, e non ha paura di essere politicamente scorretto. In tempi di grande polarizzazione, il suo pubblico è trasverale. Inoltre i suoi show sono molto "densi": soltanto lui e un ospite, con cui dialoga anche due ore di fila, come ha fatto con Musk.

È un botta e risposta che è facile da seguire e, qui veniamo alle tendenze più generali, si può ascoltare anche mentre si sta facendo altro. Il punto è che in tempi di vite frenetiche, sovraccarico di contenuti e scarsità di attenzione, la gente non ha più il tempo e forse nemmeno la capacità, di fare silenzio dentro e attorno a sé, leggere un lungo articolo e sottoporsi allo sforzo di seguire ragionamenti complessi. Mentre un podcast, un po' come la radio (ma on demand), lo può ascoltare anche mentre cucina, mentre guida o con le cuffie in metropolitana.

Più che giornalismo è intrattenimento, dice lo scettico, e forse ha ragione. Il giornalismo si sforza, o si dovrebbe sforzare di dar voce a diversi punti di vista, di verificare la veridicità di quanto afferma un intervistato, di guardare le cose col distacco necessario ad essere obiettivi. Questo qui non c'è, come del resto non c'è in Tv nelle "interviste" di Mara Venier o Fabio Fazio, che assomigliano più a delle chiacchierate fra amici, o negli show radiofonici iper-polemici in stile Zanzara. 

La superficialità, che non è nemmeno sempre un male, non l'hanno certo inventata i podcast: in tempi in cui la soglia di attenzione è pari a quella di un pesce rosso e i social media hanno abituato la gente alla continua ricerca di emozioni basiche (odio, indignazione, auto-celebrazione, ecc.), i podcast si trovano semplicemente ad essere lo strumento ideale.

Il fatto di essere rimasti finora un po' sottotraccia, e di essere ospitati da una miriade di siti e piattaforme diverse, ha inoltre consentito loro di mantenere un certo afflato anarchico e autoriale e, a volte, di offrire punti di vista interessanti, irrintracciabili nei media mainstream. 

Ma potrebbe non durare a lungo. Come fa notare David Dayen su The American Prospect, la campagna acquisti di Spotify lascia intuire come potrebbe presto succedere ai podcast quel che è acccaduto ai blog con l'avvento di Facebook. Privati della loro base di lettori, confluiti tutti a scambiarsi pensierini sui social media, i blog sono morti e con essi le voci di tanti autori eccentrici e originali. Sono sopravvissuti soltanto quelli che si sono adeguati ai nuovi padroni e hanno saputo ricavarsi una presenza sui nuovi palcoscenici. 

È Internet, bellezza.