Gli autisti britannici di Uber possono festeggiare: la storica decisione dell'azienda

A tutti gli autisti sarà riconosciuto lo status di dipendenti. La svolta è arrivata a distanza di un mese dalla sconfitta di Uber nella Corte Suprema

Gli autisti britannici di Uber possono festeggiare: la storica decisione dell'azienda californiana
Foto Ansa

In Gran Bretagna Uber ha deciso di riconoscere ai suoi autisti lo status di dipendenti. Una bella notizia non solo per gli oltre 70 mila autisti che nel Regno Unito lavorano per l’azienda americana ma anche per gli autisti Uber degli altri paesi e per tutti i lavoratori della cosiddetta della gig economy.

La rivoluzione di Uber  

Come noto Uber ha rivoluzionato il settore del trasporto automobilistico privato attraverso la creazione di una piattaforma digitale che tramite applicazione mobile mette in collegamento diretto passeggeri e autisti. L’azienda, che ha sede a San Francisco, è attiva in 77 nazioni e oltre 600 città in tutto il mondo. In Italia è presente dal 2013 ma in seguito a diverse controversie legali è attualmente disponibile solo nella sua versione più costosa chiamata UberBlack.

I diritti dei lavoratori dipendenti 

La decisione presa in Gran Bretagna, uno dei mercati più importanti per Uber, avrà conseguenze molto importanti nella vita dei lavoratori che d’ora in avanti avranno lo status di dipendenti con salario minimo e ferie pagate. Potranno poi contribuire a un fondo di risparmio pensionistico al quale l’azienda contribuirà. Gli autisti manterranno alcuni diritti già riconosciuti come l’accesso gratuito all'assicurazione sanitaria e il congedo parentale. Continueranno, infine, ad avere condizioni di lavoro flessibili, ovvero potranno decidere loro quando essere disponibili nella piattaforma di prenotazione.

La decisione della Corte Suprema britannica 

La decisione annunciata è una prima assoluta per Uber e arriva a distanza di 1 mese dalla sconfitta nella Corte Suprema, la corte di giustizia più alta del Regno Unito, che aveva stabilito che gli autisti potevano essere considerati lavoratori e quindi beneficiare dei diritti sociali. Una sentenza che ha dato ragione alla causa avviata da 20 autisti che reclamavano il diritto ad essere considerati dipendenti alla luce del tempo di lavoro trascorso per Uber e del controllo esercitato dall’azienda sulla loro valutazione.

Una sconfitta per il neoliberismo 

La decisione della Corte Suprema dà ragione non solo agli autisti di Uber ma anche ai tanti che da tempo denunciano gli eccessi dell’attuale modello economico neoliberista che sta fortemente riducendo i diritti dei lavoratori. L’esempio più evidente è proprio la cosiddetta gig economy, una delle nuove forme di organizzazione dell’economia digitale che ha consentito la nascita di tante nuove aziende in particolare nel settore dei servizi.

La gig economy e le buone intenzioni iniziali 

Il termine gig economy è traducibile in italiano come economia dei lavoretti. Attività svolte da studenti o da lavoratori nel tempo libero per integrare il proprio reddito. Modello organizzativo reso possibile dall’avvento delle piattaforme digitali e delle applicazioni per smartphone. L’idea iniziale era dunque virtuosa ma purtroppo la realtà dei fatti ha seguito un percorso diverso da quello previsto inizialmente.

La nascita di una nuova categoria di lavoratori 

Per migliaia di autisti o fattorini quella attività che doveva essere occasionale in realtà è diventata il lavoro principale, da svolgere a tempo pieno. Il risultato è ormai evidente da tempo: la nascita di una nuova categoria di lavoratori precari, mal pagati e con pochi diritti.

Il ruolo storico del Regno Unito 

Il Regno Unito ancora una volta si conferma uno dei paesi più avanzati al mondo sul fronte dei diritti dei lavoratori. Ruolo che sta avendo ormai da oltre 200 anni dato che l’Inghilterra è stata il luogo dove è nato il liberalismo, la rivoluzione industriale e le prime moderne organizzazioni sindacali. Già dal 1800 il paese anglosassone ha dovuto fare i conti con gli eccessi del capitalismo varando le prime leggi al mondo a tutela dei lavoratori.

L'intervento dello Stato nel mercato del lavoro 

Oggi è la Corte Suprema britannica ad indicare la giusta direzione che si spera venga seguita in tutti i paesi del mondo. Gli insegnamenti che si possono trarre da questa vicenda sono due. Il primo è che pensare che sia lo stesso capitalismo ad autolimitarsi è una utopia. Solamente l’intervento dello Stato (in questo caso del potere giudiziario) può porre un freno alla volontà di potenza delle aziende.

Il fallimento della politica 

Il secondo insegnamento riguarda invece la politica che nella maggior parte dei paesi occidentali è in forte ritardo nella comprensione di quello che sta accadendo nel mondo del lavoro. In Italia, per esempio, nessun partito sta combattendo una battaglia per far rispettare i diritti dei lavoratori della gig economy. Il tema è praticamente assente dal dibattito politico. Non ne parlano neanche i partiti di sinistra che preferiscono dare più rilevanza al tema dello Ius soli. 

La necessità di un equilibrio 

Una mancanza preoccupante quella della politica perché la storia insegna che la via dello sviluppo passa proprio dall’equilibrio tra gli interessi delle aziende (ricerca del profitto) e quelli dei lavoratori (redditi e diritti). Solo questo equilibrio può garantire l’esistenza di una forte domanda interna che è la voce più importante del prodotto interno lordo (Pil) e dunque il principale motore della crescita economica.

Il nuovo quarto Stato  

L’innovazione tecnologica digitale deve essere accompagnata anche dal cambiamento dei partiti politici che devono sforzarsi di guardare alle dinamiche del XXI secolo per capire che i lavoratori sfruttati non sono più (ormai da tempo) le tute blu in fabbrica ma proprio i lavoratori della gig economy.