In Cina è boom della sorveglianza digitale sui cittadini ma anche l’Occidente non sorride

Un recente studio dell’Australian Strategic Policy Institute ha denunciato il coinvolgimento sempre più massiccio dei giganti hi-tech cinesi nel controllo della popolazione

In Cina è boom della sorveglianza digitale ma anche l’Occidente non sorride
Foto Pixabay

Il Capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff è uno dei saggi più importanti pubblicati negli ultimi anni per capire l’impatto delle tecnologie digitali sull’economia e in generale sulla società. La Zuboff è nota per aver coniato tre leggi molto interessanti che meritano una riflessione da parte nostra.

La prima legge afferma che

ogni processo che può essere automatizzato sarà automatizzato

La seconda che

tutto quello che può essere informatizzato sarà informatizzato

E infine la terza (probabilmente la più importante per le sue implicazioni) che

ogni applicazione digitale che può essere utilizzata per sorveglianza e controllo sarà utilizzata per sorveglianza e controllo

L’evidenza più importante che la terza legge della Zuboff si sta realizzando si ha probabilmente in Cina.

L’ultima denuncia in ordine di tempo è arrivata dall’Australian Strategic Policy Institute che in uno studio dal titolo “Mapping China’s Technology Giant” ha illustrato il massiccio coinvolgimento delle più importanti aziende hi-tech cinesi nella sorveglianza delle minoranze etniche nella regione dello Xinjiang.

Le aziende forniscono al governo le telecamere, gli algoritmi e i super calcolatori necessari per realizzare una sorveglianza di massa di milioni di persone. L’operazione di controllo non riguarda però sole le minoranze etniche ma l’intera popolazione. Secondo il New York Times, uno dei quotidiani più autorevoli al mondo, già prima della pandemia in Cina c’erano oltre 200 milioni di telecamere sparse su tutto il territorio e interconnesse in una grande rete di monitoraggio.

Grazie agli sviluppi dell’intelligenza artificiale le telecamere sono in grado non solo di riconoscere i volti ma anche di interpretare le espressioni facciali e capire gli stati d’animo. E l’uso di queste tecnologie non è limitato ai luoghi pubblici come strade o metropolitane ma pervade ormai anche scuole e posti di lavoro.

L’arsenale a disposizione delle autorità cinesi non si limita però solo alle telecamere ma attinge a tutte le tecnologie digitali esistenti tra cui droni e spyware introdotti nei cellulari e nei personal computer per raccogliere informazioni su comunicazioni, spostamenti e conversazioni. Il Grande fratello ipotizzato da George Orwell nel suo celebre romanzo 1984 è realtà.

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E noi occidentali? Possiamo stare sereni rispetto ai cinesi? Non c’è alcun dubbio che siamo lontani da quanto sta accadendo nella nazione più popolosa del mondo che, come noto, non è uno Stato democratico ma un regime autoritario controllato dal partito comunista. Tuttavia un controllo di massa è già in atto anche in Occidente come spiegato da Shoshana Zuboff.

Per la studiosa americana gli autori di questa sorveglianza sono le grandi aziende digitali che “estraggono” in continuazione informazioni dalla esperienza umana dei cittadini. Alcuni di questi dati vengono utilizzati per migliorare i prodotti e i servizi ma la stragrande maggioranza costituisce un “surplus comportamentale privato” venduto sul mercato e dato in pasto agli algoritmi di intelligenza artificiale per essere trasformati in “prodotti predettivi” capaci di anticipare i nostri comportamenti futuri. 

Questa relazione tra “estrazione” dei dati e “previsione” dei nostri comportamenti è sicuramente l’aspetto più inquietante delle analisi della Zuboff in quanto suggerisce che il fine ultimo del Capitalismo della sorveglianza non sia solamente quello di proporci inserzioni pubblicitarie in linea con i nostri gusti, ma di guidarci verso comportamenti desiderati. Una manipolazione che di fatto mette in pericolo l’esistenza stessa della democrazia.

Per la Zuboff il trionfo del Capitalismo della sorveglianza sta avvenendo per una mancanza di consapevolezza ovvero incapacità di riconoscere un cambiamento senza precedenti. La studiosa cita l’invenzione dell’auto che inizialmente fu definita come “carrozza senza cavalli”.

Foto Ansa

Si può essere d’accordo oppure no con le tesi della Zuboff ma due fatti sono incontestabili. Il primo è che l’evoluzione esponenziale delle tecnologie digitali, ed in particolare della capacità dell’intelligenza artificiale di capire il linguaggio umano e riconoscere le immagini, rende obsolete le attuali normative sulla privacy. La tecnologia si muove ad una velocità nettamente diversa da quella della produzione normativa che ha difficoltà perfino a stare dietro ai camibiamenti nel mondo dei social network

Il secondo fatto incontestabile è che nella stragrande maggioranza della popolazione non esiste consapevolezza dei rischi che si corrono sul fronte della privacy. Per certi aspetti ci troviamo in un mondo simile agli anni ’60, ’70 quando a quasi nessuno importava della questione ambientale. Gli effetti degli errori di quegli anni oggi sono invece ben chiari. Bisogna impedire che lo stesso accada con i dati personali e per farlo c'è solo un modo: la tutela della privacy deve diventare al più presto uno dei punti più importanti nelle agende (o vademecum) dei partiti politici.