[L’intervista] “Vi spiego qual è il lato oscuro dell’innovazione tecnologica di cui nessuno parla”

Tiscali News ha parlato con Francesco Parisi, autore del saggio “La tecnologia che siamo” che indaga la relazione tra uomo e innovazione dalla notte dei tempi fino ad oggi

[L’intervista] “Vi spiego qual è il lato oscuro dell’innovazione tecnologica di cui nessuno parla”

Rispetto agli altri animali l’uomo non ha particolari punti di forza fisici. Non è veloce come altri mammiferi, non nuota in maniera efficace, non ha una vista particolarmente sviluppata, non è dotato di una forza muscolare eccezionale. Nel regno animale non è il più bravo in niente. Eppure si è affermato come la specie dominante. Il motivo è noto: l’intelligenza. Facoltà che ha prodotto benefici nel momento in cui è stata in grado di produrre tecnologie che hanno potenziato le capacità fisiche. Il rapporto tra uomo e tecnologia non è dunque una cosa recente ma affonda le sue origini nella notte dei tempi. Francesco Parisi, umanista, professore associato presso il Dipartimento di Scienze Cognitive dell’Università di Messina, nel suo saggio “La tecnologia che siamo” edito da Codice Edizioni, ha indagato questa millenaria relazione. Una indagine necessaria ora più che mai dato che le nuovi applicazioni digitali stanno invadendo praticamente ogni aspetto della vita quotidiana.

Partiamo dalle origini, quali sono state le grandi tecnologie della storia che hanno radicalmente cambiato le abitudini e le consuetudini degli uomini?
"Si possono distinguere due categorie di tecnologie: gli artefatti come la ruota, e le forze della natura che vengono imbrigliate come il dominio del fuoco o della forza nucleare. Tendenzialmente questa seconda tipologia crea dei salti in avanti molto più significativi”.

Ci sono invenzioni fondamentali la cui portata non è ancora compresa appieno dalla maggior parte delle persone?
"Ce ne sono tante. Nel mio libro prendo come caso studio l’elettromagnetismo perché è stato talmente prorompente che ha cambiato le sorti dell’umanità. Lo stesso si può dire delle pietre bifacciali del paleolitico. Anche dell’invenzione della scrittura non si coglie l’aspetto più rilevante: l’aver liberato il linguaggio dagli aspetti di memorizzazione. Prima il linguaggio serviva sia a comunicare che a conservare la cultura di un popolo. Con la scrittura il linguaggio si libera degli aspetti di memorizzazione e si innalza a nuove funzioni che sono quelle della speculazione e della ricerca”.

Veniamo ai nostri giorni e alla rivoluzione digitale. Per alcuni il dispositivo che più di tutti rappresenta la contemporaneità è lo smartphone. E’ un oggetto sopravalutato o effettivamente una delle invenzioni più rilevanti nella storia dell’umanità?
"Sicuramente la seconda affermazione perché si pone in continuità con quella che definisco l’esperienza schermica. Una storia visiva che inizia con le pitture rupestri per arrivare al cinema, alla fotografia, alla televisione e ai computer. Lo smartphone rappresenta la forma finale di questo processo. E’ insieme un quadro rinascimentale, uno specchio dotato di memoria, un accesso totale all’informazione, una macchina della costruzione identitaria. Non è quindi una esagerazione definire questo oggetto l’emblema della tecnologia contemporanea”.

Lo smartphone è però ormai un oggetto acquisito. Lo abbiamo tutti. Le nuove frontiere dell’innovazione tecnologica sono altre. Una in particolare si annuncia dirompente: l’intelligenza artificiale. Per la prima volta le macchine sostituiscono l’uomo non solo nelle attività fisiche ma anche in quelle intellettuali. E’ una cosa di cui bisogna avere paura?
"Quando ci chiediamo se una tecnologia sia giusta o sbagliata, se sia da apprezzare o da temere, perdiamo di vista un aspetto fondamentale: che l’uomo è inestricabilmente connesso con le tecnologie. E’ una relazione a cui non ci si può sottrarre. A mio avviso ora non siamo in grado di dire ora se l’intelligenza artificiale porterà più benefici o pericoli. Sicuramente possiamo però dire che è impossibile perfino immaginare di limitare il progresso tecnologico, perché naturale e perché connaturato all’evoluzione umana da migliaia di anni”.

All’interno della comunità scientifica si rafforza sempre di più il transumanesimo, ovvero il movimento che ritiene auspicabile l’innesto delle nuove tecnologie digitali nel corpo umano per combattere le malattie e l’invecchiamento e arrivare addirittura alla creazione di una nuova forma di vita ibrida uomo/machina che supera la specie umana così come la conosciamo oggi. Le ricerche sull’interfacciamento tra il cervello e i computer rappresentano un passo proprio verso questa direzione. Anche di fronte a uno scenario di questo tipo dobbiamo semplicemente prendere atto che il progresso tecnologico non si può fermare?
"Noi siamo esseri viventi e come tali siamo destinati a perire. La missione transumanista prevede invece che l’uomo debba vivere in eterno. Ma questo secondo me è sbagliato perché dobbiamo lasciare posto agli altri. Così come è sempre stato. Detto ciò non significa che dobbiamo arrestare il processo di ibridazione uomo/macchina perché temiamo che ci sfugga di mano. Dobbiamo essere capaci di cogliere gli aspetti positivi dell’ideologia transumanista che sono quelli legati all’utilizzo della tecnologia per migliorare le condizioni di vita delle persone affette da gravi malattie”.

La storia dimostra però che non sempre l’uomo è stato in grado di controllare le tecnologie che ha creato.
"E’ vero. Grazie alle tecnologie l’uomo aumenta il proprio controllo sul mondo ma allo stesso tempo si espone a nuove condizioni di rischio. Ogni conquista comporta nuovi potenziali pericoli.  Ma come già detto è un processo che non si può imbrigliare perché connaturato alla storia dell’uomo. L’innovazione tecnologia porta con sé una componente di rischio e di imprevedibilità che non si può eliminare o controllare e di cui bisogna semplicemente prendere atto”.