[L’intervista] “Vi spiego perché il fintech è una rivoluzione che sta cambiando per sempre il mondo delle banche"

Tiscali News ha incontrato Ivano Porretiello, General Manager di MistralPay, una delle realtà più interessanti della tecnofinanza italiana

[L’intervista] “Vi spiego perché il fintech è una rivoluzione che sta cambiando per sempre il mondo delle banche'

Uno tsunami noto come fintech (tecnofinanza) sta travolgendo il settore bancario e finanziario. Centinaia di agguerrite startup stanno radicalmente cambiando il modo in cui paghiamo gli acquisti, trasferiamo denaro, otteniamo prestiti o investiamo i risparmi. Gli istituti bancari tradizionali incominciano a guardare con timore alle banche completamente digitali, senza sportelli fisici, accessibili unicamente da sito web o addirittura da app dello smartphone. E non è un caso infatti che uno dei più noti banchieri italiani, Corrado Passera, ex amministratore delegato di Intesa San Paolo, abbia appena annunciato la nascita di Illimity, un istituto che offrirà tutti i tradizionali servizi bancari pur esistendo solamente sul cloud, ovvero in rete. Tra le realtà italiane più interessanti e innovative c’è anche MistralPay. Tiscali News ha incontrato il suo General manager, Ivano Porretiello, per fare il punto sulla rivoluzione in corso.

Iniziamo da Mistral Pay, in quale ambito operate nel vasto mondo del fintech?
“Siamo un Istituto di pagamento europeo, autorizzato da Banca d’Italia che opera in particolare in due ambiti: i pagamenti e i sistemi di registrazione dei nuovi clienti che rispettano gli stringenti requisiti previsti dalle norme sull’anti riciclaggio”.

Entrando più nello specifico, cosa fate sul fronte dei pagamenti?
“Chi effettua un acquisto online usando una carta di pagamento, spesso non sa che ciò è possibile grazie a complessi processi di gestione e trasferimento dei dati che coinvolgono una pluralità di attori. Se li rappresentiamo attraverso uno schema piramidale abbiamo alla base i venditori online, gli istituti di pagamento e le banche, altri intermediari chiamati acquirer e infine i network come Visa e Mastercard. Noi ci posizioniamo nel secondo strato, quello degli istituti bancari. Cosa facciamo concretamente? Incassiamo i soldi dei merchant (venditori) e li depositiamo nei loro conti deposito. Ma a differenza delle banche non abbiamo il possesso di quel denaro e dunque non lo possiamo toccare. Non lo possiamo utilizzare per fare operazioni di investimento o erogare prestiti”.

Tutto chiaro. Ma dove sta l’innovazione tecnologica?
“Nel fatto che semplifichiamo il sistema dei pagamenti e abbattiamo i costi. Questi due aspetti sono il tratto distintivo, fin dagli albori, ovvero fin dalla comparsa di attori come PayPal, del processo di cambiamento in corso nei sistemi di pagamento”.

Cosa significa concretamente semplificare?
“Nel nostro caso significa che consentiamo ai venditori di accettare molteplici strumenti di pagamento: carte di credito, bonifici, conti correnti registrati in precedenza ma anche criptovalute. In estrema sintesi semplifichiamo la vita a chi paga e a chi riceve soldi”.

Cosa ha consentito la nascita di aziende come la vostra e più in generale del settore del fintech?
"Principalmente due fattori. Il primo è il ritardo tecnologico dei tradizionali istituti bancari, che non hanno tecnologia in casa ma si sono sempre appoggiati a fornitori esterni. Il secondo è il varo di norme che hanno liberalizzato il settore consentendo anche a soggetti non bancari di entrare nel mercato. Come, appunto, avvenuto nel nostro caso nel mondo dei pagamenti. Ma attenzione, questo non significa un allentamento dei requisiti e degli obblighi per gli operatori che continuano ad essere molti stringenti". 

Tra i vari ambiti del fintech qual è quello che avrà il maggiore impatto sociale?
“A mio avviso il social lending ovvero il prestito tra privati. Le banche già da tempo tendono a dare sempre meno prestiti, soprattutto di piccola entità. Il fintech in questo caso pone rimedio ad una esigenza fortemente sentita”.

Tra i fenomeni recenti più interessanti c’è il mobile banking ovvero l’avvento di banche che non hanno presenza fisica, che sono accessibili principalmente tramite app dello smartphone e che fin dall’inizio puntano su più mercati contemporaneamente. Il caso più eclatante è la tedesca N26 ma ovviamente è solo la punta dell’iceberg. Possono davvero costituire una minaccia per i grandi istituti tradizionali?
“E’ un universo variegato che richiede una analisi dei singoli casi. Ma non c’è dubbio che le banche vere e proprie, come N26, rappresentano il futuro del settore”.

Molti però pensano che il settore bancario sia diverso dagli altri e che il brand fa ancora la differenza. Un conto è affidare i propri soldi ad un istituto che ha centinaia di anni di storia, un altro darli ad una startup che ha pochi anni di vita.
“Questo è vero per gli adulti ma non per i più giovani ovvero per i nativi digitali che vivono e si informano principalmente online. Le banche tradizionali sul web sono praticamente assenti. Realtà giovani e dinamiche come N26 o Revolut, attiva nel settore delle carte di pagamento, tra una decina di anni saranno più conosciute di alcuni nomi storici del settore bancario. Aggiungo poi che c’è una percezione errata sul tema della sicurezza. I depositi sono garantiti fino a un massimo di 100 mila euro e questo vale sia per il grande istituto che per la banca emergente”.