[Intervista] Lo scienziato del Cnr: vi spiego perché la ricerca punta a collegare il cervello umano con i computer

Tiscali News ha incontrato Enrico Prati, ricercatore senior del Consiglio Nazionale delle Ricerche e docente di Quantum Artificial Intelligence al Politecnico di Milano

[Intervista] Lo scienziato del Cnr: vi spiego perché la ricerca punta a collegare il cervello umano con i computer

La AI (artificial intelligence) crea meraviglia per i progressi sempre più sorprendenti ma anche acceso dibattito. Da un lato gli scienziati della Singularity University, guidati da Ray Kurzweil, che prevedono il sorpasso dell’intelligenza artificiale su quella umana e scenari futuri in cui l’uomo sarà costretto a diventare un cyborg per restare competitivo con le macchine. Dall’altro lato scienziati come Federico Faggin, il padre del microchip, che invece escludono categoricamente che la AI potrà mai essere più intelligente dell’uomo in quanto priva di coscienza. In mezzo, con posizioni intermedie tra le due visioni più estreme, tanti altri scienziati, come per esempio Enrico Prati, ricercatore del Cnr e docente del corso Quantum Artificial Intelligence al Politecnico di Milano. Tiscali News lo ha incontrato per capire la sua visione del futuro che ci attende.

Fino ad ora l’intelligenza artificiale ha raggiunto risultati straordinari in singoli campi applicativi. Un algoritmo che, per esempio, diagnostica i tumori della pelle meglio di un medico, sa fare solo quello e niente altro. La creazione di una AI generale, che sa fare più cose come l’essere umano, è un obiettivo realistico o pura fantascienza?
"Il raggiungimento di una intelligenza artificiale generale è solo una questione di tempo. Ma ci tengo a precisare che sbaglia concettualmente chi pensa che questo implichi anche il raggiungimento della singolarità tecnologica, ovvero la perdita del controllo della AI da parte dell’uomo, come previsto da Ray Kurzweil. Con il crescere della capacità dell’intelligenza artificiale crescerà anche la nostra capacità di governarla. L’uomo avrà sempre strumenti in grado di controllare la tecnologia e lo farà”.

La ricerca sull’intelligenza artificiale attira sempre più investimenti. Negli Stati Uniti si parla già di una terza ondata di AI che va oltre il deep learning e che prevede lo sviluppo di interfacce uomo-macchina, ovvero la connessione del cervello direttamente con i computer. Aziende come Neuralink di Elon Musk stanno già lavorando su questo fronte. Per qualcuno si potrebbe arrivare addirittura al superamento della specie umana come la  conosciamo oggi. Vede dei pericoli nello sviluppo di queste nuove tecnologie?
"Può sembrare fantascienza ma la possibilità di installare delle protesi sul corpo umano, come per esempio esocortecce cerebrali, sarà realistica. Spetterà poi ai singoli individui decidere se farlo o meno. Io non lo consiglio perché collegarsi a sistemi elettronici sofisticati che interferiscono con le proprie possibilità cognitive è rischioso. Si potrebbe diventare preda di hacker che azzerano la personalità e far accadere alle persone cose molto negative”.

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Elon Musk durante la presentazione di Neuralink

Non è una prospettiva molto rassicurante. Che senso ha fare investimenti su tecnologie che possono rivelarsi rischiose per l’essere umano?
"Il motivo è molto concreto e pragmatico e si riferisce al controllo dell’intelligenza artificiale. Si intuisce con sempre maggiore chiarezza che non è possibile affidarsi alle decisioni prese autonomamente dall’intelligenza artificiale perché spesso non sappiamo neanche come queste decisioni vengono prese. L’estensione delle proprie facoltà cognitive attraverso queste nuove tecnologie viene vista da alcuni come una soluzione per utilizzare la AI come supporto alle decisioni umane, senza però abdicare alla propria capacità di scelta”.

Un altro pericolo che molti sollevano è quello della perdita di posti di lavoro a causa dell’automazione. A suo avviso questo è un rischio concreto, soprattutto per i profili lavorativi di fascia medio bassa?
"La storia insegna che quando le invenzioni sono state introdotte nei vari settori economici, la produttività è aumentata. I lavoratori che hanno appreso come utilizzare i nuovi strumenti si sono avvantaggiati, per esempio liberandosi di lavori ripetitivi e a scarso valore aggiunto. Ho visitato diversi distretti produttivi e le soluzioni di robotica e Industry 4.0 applicate stanno producendo proprio questi effetti. Non vedo l’intelligenza artificiale come una minaccia per il lavoratori ma semmai come una evoluzione delle opportunità a disposizione delle singole persone”.

Le statistiche internazionali parlano chiaro: in Italia gli investimenti in startup legate all’intelligenza artificiale sono minimi se paragonati a quelli degli altri Paesi più avanzati. Cosa fare per invertire rotta?
"Una idea eccellente per essere sviluppata ha bisogno di spazi ed interlocutori. Se un ricercatore o uno startupper non li trova è costretto ad andarsene all’estero. Se vogliamo giocare un ruolo da protagonisti nella AI la priorità è sicuramente quella di favorire la nascita di ecosistemi adatti all’innovazione tecnologica”.