Dare alle macchine la capacità di immaginare: la nuova sfida dell'intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale è un tema che sta catalizzando l’attenzione dei mercati, della politica e dell’opinione pubblica. Ma parlare di AI, nelle attuali accezioni di machine learning e deep learning, in realtà è già diventato qualcosa di obsoleto. Far pensare le macchine è molto utile, ma farle immaginare è il futuro

Dare alle macchine la capacità di immaginare: la nuova sfida dell'intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale si basa su dati che fungono da “addestramento” per migliorare la capacità delle macchine di riconoscere oggetti, persone, situazioni e ambienti. Proprio come gli esseri umani, anche le intelligenze artificiali sviluppano tale capacità attraverso l’esperienza. Nonostante questa innovazione rappresenti una incredibile opportunità tecnologica per il miglioramento del business e della vita di tutti i giorni, l’AI così come la conosciamo ha un grande limite: non può immaginare.

Il punto debole dell’AI: dati e immaginazione

Ogni AI ha come punto di partenza dei dati pre-classificati, organizzati dall’intervento umano, basandosi sui quali si confronta e riconosce il mondo esterno. Il primo limite di questa tecnologia è che per addestrare in modo affidabile l’AI è necessario un enorme volume di dati. Il secondo è di ordine tecnico ma se vogliamo anche squisitamente filosofico: senza un termine di confronto di partenza (i dati pre-classificati) l’AI perde la capacità di riconoscere. Davanti all’ignoto, a ciò che è totalmente nuovo, diventa di fatto inefficace.

La nuova frontiera

Il ricertore Kaust Mohamed Elhoseiny della University of Central Florida, in collaborazione con Mohamed Elfeki, ha sviluppato un algoritmo di “immaginazione” che permetta all’AI di identificare oggetti mai visti prima e che non assomigliano a quelli presenti all’interno del proprio database. Il progetto nasce per utilizzare le macchine per classificare nuove specie di vegetali e animali, ma il potenziale che racchiude in sé va ben oltre questo. Per scrivere l’algoritmo, i due ricercatori hanno studiato la psicologia della creatività umana, in particolare il modo in cui il nostro cervello è in grado di dedurre intuitivamente una probabile classificazione per un oggetto che non trova nessuna corrispondenza con qualcosa che già conosce. Tradotto in un esempio semplice: tutti noi siamo in grado di immaginare un marziano senza averne mai visto uno. O ancora, è capacità squisitamente umana quella di riconoscere qualcosa di nuovo, mai visto prima, e attribuirgli una classificazione (pensiamo a ogni volta che scopriamo una nuova specie).

Viene chiamato algoritmo zero-slot (ZSL) e la sua funzione è quella di aiutare l’AI a riconoscere nuove categorie senza bisogno di una precedente fase di apprendimento.

Perché immaginare è importante per il futuro

Lo scenario che apre l’algoritmo ha un potenziale assolutamente dirompente. Supera il vero limite dell’innovazione tradizionale, ovvero che si concentra troppo a potenziare e migliorare qualcosa che già esiste. Calcoli più veloci, più affidabili, più efficacie daranno sicuramente un grande contributo al miglioramento del mondo (sempre a patto che vengano utilizzati in modo etico). Ma è la creatività, la capacità di immaginazione che permette alla civiltà di compiere i vari balzi evolutivi verso nuove fasi e nuove ere. L’innovazione dovrebbe esplorare l’ignoto e il non conosciuto, perché è in quei territori che si trova il vero cambiamento.

Se lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è di fondamentale importanza perché ci porterà più velocemente verso i nostri traguardi, allora incominciare a ragionare in termini di immaginazione artificiale permetterà al mondo di entrare in nuove dimensioni.

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