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Deinfluencing: il trend che costringe le imprese a un cambio di strategia social

Nato su TikTok e con milioni di visualizzazioni all'attivo, il trend dei deinfluencer ha ormai raggiunto tutte le piattaforme. Per le imprese senza una strategia social precisa si delinea una grossa sfida. Tiscali ne ha parlato con l'esperto Giò Fumagalli.

Simone Trebbidi Simone Trebbi   
Deinfluencing: il trend che costringe le imprese a un cambio di strategia social

Per giovani e giovanissimi, il lavoro ideale si svolge online.

E, per il 61%, la professione dei sogni risponde al concetto di influencer marketing.

È quanto emerge da una ricerca svolta da AstraRicerche per Gruppo Tesya, che ha interpellato ragazzi tra i 15 e i 19 anni in cinque Paesi europei tra cui l’Italia.

Nel nostro Paese, che occupa il quarto posto al mondo per peso specifico grazie a nomi di spicco come Chiara Ferragni e Khaby Lame, gli influencer e i content creators sono oltre 350mila.

Partendo dai nano professionisti arrivando alle cosiddette celebrities, questo settore vale 294 milioni di euro solamente in Italia mentre, a livello internazionale, raggiungerà i 21,1 miliardi di dollari di valore complessivo già nel 2023.

Indissolubilmente legati, social media e imprese sono ora al centro dell’attenzione grazie a un nuovo fenomeno esploso su TikTok e diffusosi a macchia d’olio su tutte le piattaforme: il deinfluencing.

È la prima volta che a personaggi popolari con grande seguito, capaci quindi di orientare le scelte d’acquisto e persino l’opinione pubblica, si affianca una fazione animata da obiettivi contrapposti così riassumibili: valutare o criticare in modo onesto prodotti, servizi e brand.

Un trend da non sottovalutare e che rappresenta una minaccia sia per l’economia dell’influencer marketing sia per le aziende, spesso prive di una strategia social e che ora si trovano esposte, con modalità inedite, a giudizi negativi dal grande impatto potenziale.

L'esperto di piattaforme social Giò Fumagalli, autore del libro "Instagram Business" (IBEX Edizioni)

L’esperto di marketing con all’attivo seminari tenuti in tutto il mondo Giò Fumagalli, autore del libro “Instagram Business” edito da IBEX Edizioni, spiega che “l'hashtag #deinfluencing sta collezionando centinaia di milioni di interazioni sui social, ed è sempre più necessario che le aziende abbiano una propria strategia, anche per evitare di essere coinvolte in dinamiche simili.

Per le imprese, il mondo dei social network non deve essere più semplicemente legato all’influencer marketing, ma rappresenta una realtà più complessa.

Si sta creando un vero e proprio universo parallelo, e sempre più ampio, di persone che sono dal lato dei consumatori e il cui impatto sulle vendite sarà certamente significativo.

Occorre quindi essere proattivi”.

Nonostante rimanga una delle professioni più ambite in assoluto, il numero di appartenenti alla Generazione Z interessati agli influencer è infatti in calo del 12% dal 2020, mentre la percentuale di coloro che acquista ciò che promuovono è diminuito del 16%, secondo i dati di Globale Audience Trends.

“Nonostante un’inversione di tendenza molto importante – prosegue Fumagalli – l’influencer marketing non scomparirà, o almeno non in tempi brevi.

Ciò a cui stiamo assistendo è un riassetto strutturale che porterà il mercato degli influencer a una nuova forma di equilibrio, dove l’elogio a ogni costo sarà penalizzato a favore di recensioni più oneste e veritiere, meno viziate dalle partnership commerciali.

Come sempre, le situazioni critiche nascondono in sé grandi opportunità.

La sfida per le aziende sarà quella di effettuare un riposizionamento strategico che le porti a usare i potentissimi canali social in maniera più consapevole e dinamica, intercettando i trend e riuscendo a mettere in luce il proprio sistema valoriale.

Comunicare in maniera genuina è una strategia vincente, oggi più che mai, ed è qui che l’influencer marketing può rivelarsi un alleato prezioso.

Le migliori contromisure contro i deinfluencer, in fondo, rimangono l’onestà e la trasparenza.

Unite a una strategia social solida e non improvvisata”.

 

Simone Trebbidi Simone Trebbi   
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