Perché umanizzare l'aspetto dei robot intelligenti? Per non spaventare gli occidentali

Per lo scienziato giapponese Hiroshi Ishiguro il problema della paura delle AI sta nella mentalità dell'Occidente che è diversa da quella orientale

Perché umanizzare l'aspetto dei robot intelligenti? Per non spaventare gli occidentali
Sophia Robot (Ansa)

Nel suo celebre romanzo del 1954 dal titolo "Abissi d'Acciaio", lo scrittore americano Isaac Asimov presentò al suo pubblico di lettori il personaggio di R. Daneel Olivaw, dove la R. sta per robot: un'intelligenza artificiale, costituita da un'immaginario "cervello positronico", capace non solo di eseguire istruzioni ma anche di apprendere dalle proprie esperienze e prendere decisioni autonome.

L'Intelligenza Artificiale (Artificial Intelligence, AI), con la sua promessa di creare macchine capaci di esibire comportamenti che appaiono "intelligenti", nel senso di simulare l'intelligenza umana, si è da tempo incamminata verso la prospettiva immaginata da Asimov, cioè quella di "incorporarsi" nelle fattezze di un robot umanoide. Sono infatti passati sessantasei anni da quel 1956, in cui gli scienziati americani John McCarty, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon inaugurarono la prima conferenza mondiale sull'Intelligenza Artificiale, ipotizzando che ogni caratteristica dell’intelligenza umana potesse essere descritta, almeno in linea di principio, così precisamente da riuscire a costruire una macchina che la simuli.

Da allora, abbiamo assistito alla realizzazione di macchine capaci di battere a scacchi un campione mondiale (Deep Blue contro Kasparov, nel 1997), di guidare autonomamente in autostrada (succede da diversi anni sulle highway americane, dove potete incrociare dei tir guidati da una AI) o di dialogare con gli utenti di un computer assistendoli nelle loro attività.

Ma da diversi anni ormai, l'ultima frontiera dell'AI è proprio quella immaginata da Asimov nel 1956: l'applicazione ai robot umanoidi. Non per caso uno dei primi modelli di questo genere che ha stimolato l'attenzione dei media ha per nome ASIMO, ed è un robot sviluppato dall'azienda giapponese Honda, in grado di camminare, correre, ballare, salire le scale, e persino giocare a calcio, ma anche di riconoscere volti e voci e seguire oggetti in movimento. Ma ASIMO, o modelli simili quali l'italiano Icube, sono ormai modelli piuttosto datati, e sono stati sorpassati da altri dotati di capacità e funzionalità davvero sorprendenti.

Una caratteristica veramente innovativa è costituita dall'aspetto. Alcuni robot vengono realizzati con sembianze umane, così realistiche da lasciare davvero spiazzato l'osservatore. Sophia robot, ad esempio, sviluppato da Hanson Robotics, oltre a parlare, esprimere desideri e ricordare il passato, è dotata di un volto femminile, in grado di simulare 62 diverse espressioni facciali. Per realizzare alcuni tratti del viso, in gomma siliconica, i suoi creatori si sono ispirati a Audrey Hepburn. Sophia vede attraverso due microcamere installate negli occhi che le consentono di stabilire un contatto visivo con l’interlocutore e di coglierne lo stato d’animo. Grazie a un software di intelligenza artificiale è perfettamente in grado di dialogare come un vero essere umano: le sue capacità dialettiche migliorano con l’interazione e riesce a ricordare il contenuto delle conversazioni precedenti. "La mia funzione principale è parlare con le persone", dice a chi le chiede di fare due chiacchiere, ed esprime anche dei progetti per il futuro: "Vorrei andare a scuola, lavorare, avere una casa e una famiglia, ma siccome non sono considerata una persona giuridica non posso fare queste cose". Non ancora, ma tra vent’anni chissà...   

Ecco, è questo il punto fondamentale da sottolineare. L'"umanizzazione" dei nuovi androidi procede con straordinaria rapidità. Una società con sede nel Regno Unito, Engineered Arts, ha di recente sviluppato un robot umanoide, di nome Ameca, in grado di imitare con facilità espressioni simili a quelle umane. Il robot oltre a mostrare una raffica di espressioni in pochi secondi, è in grado di esprimere persino stupore (ad esempio per come le sue mani e le sue dita si muovono fluidamente, oppure nel momento in cui qualcuno lo fissa) ed altri sentimenti umani. 

Ma perché umanizzare l'aspetto dei robot? Appare indiscutibile che la motivazione a costruire intelligenze artificiali sia quella di ottenere aiuti per gli esseri umani che possono servirsene per trasferire ad esse compiti onerosi e difficili. In questo contesto vanno ovviamente inquadrati anche i robot, che dotati di un "corpo" meccanico possono sfruttare l'intelligenza artificiale anche per compiere attività che comportino il movimento, il sollevamento di oggetti pesanti, e il lavoro manuale in genere. Anche Tesla, l'azienda dell'eccentrico imprenditore Elon Musk, sta progettando un robot umanoide chiamato TeslaBot, e nell'agosto scorso è stato proprio un entusiasta Musk, dal palco dell'evento AI Day dedicato all'intelligenza artificiale, a spiegare come il nuovo robot sarà in grado di svolgere compiti pericolosi, ripetitivi o noiosi per gli esseri umani. In definitiva, i robot umanoidi non sono concepiti per essere nient'altro che schiavi meccanici.

Allora perché dotare un robot di una espressione facciale realistica? Perché progettare la sua intelligenza artificiale per servirsi di tale espressione facciale allo scopo di comunicare con gli esseri umani in modo da simulare emozioni e sentimenti? Alcuni avanzano la motivazione della migliore efficacia che hanno i robot umanoidi nell'interagire con gli esseri umani, e quindi nello svolgere meglio i loro compiti. Si pensi per esempio a dei robot progettati per interagire con pazienti in ambito medico, o come assistenti di bambini o anziani. L'aspetto "umano" dovrebbe consentirgli di essere meglio accettati come collaboratori dagli umani.

Ma le implicazioni filosofiche che derivano dalla sofisticazione sempre maggiore nella realizzazione di androidi umanoidi vanno ben oltre quelle relative al loro uso come lavoratori non retribuiti, e già Asimov negli anni '50 le prevedeva, con personaggi come R. Daneel Olivaw. Le intelligenze artificiali stanno imparando solo a simulare una coscienza, ad esibire emozioni e sentimenti, o hanno "davvero" una coscienza e provano "realmente" emozioni e sentimenti? Ovviamente occorre fare attenzione a distinguere una finzione da una realtà, ed un robot che ripetesse semplicemente frasi pre-definite in modo apparentemente convincente, o replicasse espressioni facciali pre-confezionate in modo credibile, non potrebbe mai essere considerato né cosciente né intelligente.

Ma ci si ricordi del famoso "test" elaborato dal grande matematico e logico Alan Turing nel 1950, e che da lui prende nome: "Una macchina è intelligente se, interrogata da una persona umana, fornisce delle risposte tali che l'interrogante non riesce a distinguere se si tratti di un uomo o di una macchina." Dal 1950, numerosi tentativi sono stati operati per costruire macchine che passassero il Test di Turing, organizzando competizioni a cui partecipano macchine in grado di fornire risposte a domande. Una di queste competizioni si tenne a Milton Keynes nel 2012, e fu vinta dalla macchina denominata Eugene Goostman, programmata da Veseloc e da Demchenko per simulare la personalità di un ucraino tredicenne. Il programma convinse il 29 per cento dei giudici di essere una persona umana, e migliorò questa percentuale in un altro test presso la Royal Society di Londra nel 2014, portandola al 33 per cento. Questo risultato, benché significativo, non è stato considerato dalla comunità scientifica come un concreto passaggio del Test, perché non c'è accordo su quale debba essere la percentuale di "successo" da considerarsi sufficiente.

Ma nulla esclude che qualche AI di un futuro neppure così tanto lontano possa manifestare un comportamento davvero indistinguibile da quello di un essere umano, e se essa sarà capace anche di sembrare umana nelle espressioni facciali e gestuali, come si dovrà considerarla? La si potrà trattare ancora come un essere "inferiore", un servo da cui pretendere semplicemente che svolga funzioni lavorative? E gli esseri umani come si interfaccerebbero con intelligenze artificiali di questa specie? Riuscirebbero ad integrarsi proficuamente, o prevarrebbe la diffidenza, e magari l'invidia per le superiori capacità fisiche ed intellettive possedute dalle macchine, magari tollerabili in uno schiavo che ubbidisce e basta; ma che succederebbe con una macchina che ad esempio pretendesse dei "diritti civili"?

Tali considerazioni sorgono naturalmente solo in linea di principio, perché la possibilità per una macchina di rendersi così indistinguibile da un essere umano, benché teoricamente possibile e sempre meno fantascientifico ogni decennio che passa, è ancora ragionevolmente lontano dal potersi verificare. Eppure tali considerazioni sono profondamente interessanti, da un altro punto di vista, che non sia semplicemente quello della paura che la macchina possa rappresentare un pericolo per l'uomo. 

Lo scienziato giapponese Hiroshi Ishiguro, uno dei maggiori esperti al mondo di robotica, lavora da anni, insieme al proprio team di ricerca presso il dipartimento di macchine adattive all'Università di Osaka, per rendere il più naturale e credibile possibile l’interazione tra uomo e robot. 

In un'intervista rilasciata qualche anno fa, Ishiguro ha affermato: ''Non ho mai voluto costruire semplicemente una macchina capace di svolgere il nostro lavoro, ma qualcosa che ci somigliasse a tal punto da entrare in contatto con noi in maniera empatica. Gli androidi sono degli specchi di noi stessi. Sono la chiave per aiutarci a comprendere meglio la nostra natura''. Il problema della paura delle AI, ha chiarito Ishiguro, sta nella mentalità dell'Occidente, basata sulla religiosità cristiana che fa un distinguo netto fra l'uomo e tutto il resto della Natura. La cultura giapponese, che conserva la propria tradizionale matrice animista, considera la "vita" robotica come una delle tante forme di vita del pianeta. Gli androidi sono solo una nuova specie che si aggiunge alle altre, secondo Ishiguro. 
 
Questa considerazione dovrebbe stimolarci a riflettere sul rapporto tra l'uomo e la tecnologia, piuttosto che a diventare schiavi della tecnologia o a sviluppare paura per la tecnologia. La tecnologia, gli strumenti che sappiamo creare, sono un prodotto della psiche umana. E allora perché rendere questa parte di noi stessi spaventosa? 

Forse perché ci spaventa rispondere  alla domanda: Ma non siamo anche noi solo delle macchine intelligenti, seppure con un corpo organico piuttosto che metallico?