Quanto conosciamo noi delle macchine e quanto le macchine conoscono di noi?

A 110 anni dalla nascita del matematico inglese Alan Turing, il suo “gioco dell'imitazione” risulta quanto mai attuale

Quanto conosciamo noi delle macchine e quanto le macchine conoscono di noi?

Era il 1950 e nell’articolo Computing Machinery and Intelligence, comparso nel volume 59 di Mind, Alan Turing affrontò l'annosa questione, quanto mai attuale: le macchine possono pensare? Convinto, tuttavia, che si trattasse di una domanda mal posta, dato il significato ambiguo dei termini “macchina” e “pensare”, il matematico inglese propose di riformulare il problema attraverso un “gioco dell'imitazione”, divenuto celebre col nome di Test di Turing. Ma di che cosa si tratta? Immaginiamo tre persone: un uomo, una donna e un interrogante. Quest'ultimo, chiuso in una stanza e separato dagli altri, ha il compito di capire, ponendo una serie di domande, chi sia l'uomo e chi sia la donna. Lo scopo del gioco per uno dei due interrogati è, invece, quello di provare a non farsi riconoscere. A questo punto supponiamo di sostituire l’interrogato con una macchina e chiediamoci che cosa potrebbe accadere. Possiamo affermare che, al pari di una persona, la macchina sia in grado di ingannare l’interrogante riguardo la sua vera identità? La questione muta radicalmente, dato che non si tratta più di sapere se le macchine possano pensare, bensì quanto siano capaci di imitare un uomo (o una donna) senza farsi scoprire.

Il merito di Turing fu senz’altro quello di aver spostato il focus dell’attenzione sull’apparire, piuttosto che sull’essere. La possibilità che esistano macchine capaci di simulare comportamenti umani dovrebbe quanto meno spingerci a dubitare della nostra reale capacità di distinguere in qualsiasi occasione una persona da una macchina. In un tempo, come il nostro, contraddistinto dai big data e dalle reti neurali, siamo davvero sicuri di riuscire sempre a capire quando ci troviamo a tu per tu con un computer? Pensiamo ai tantissimi bot che abitano i social network, ai chatbot con i quali ci capita di interagire, ai sistemi di tracking e di riconoscimento facciale di cui non sempre siamo a conoscenza, all’impiego dell’intelligenza artificiale in sempre più settori, dalla medicina alla finanza. Una dimostrazione pratica la fornì Google nel maggio del 2018, quando, durante l’evento Google I/O, presentò Duplex, l’assistente vocale in grado di effettuare una prenotazione telefonica con una naturalezza tale da non far minimamente dubitare della sua reale identità, reso ancora più “umano” dalle esitazioni e dal tono della voce.

Riflettere sull’operazione compiuta da Alan Turing settant’anni fa ci pone dinanzi a un ulteriore quesito: quanto sappiamo noi delle macchine e quanto le macchine sanno di noi? Prendiamo come esempio un’azione divenuta quotidiana come cercare un’informazione su Internet. Ogni volta che interroghiamo un motore di ricerca ci troviamo a scambiare un certo numero di informazioni, non sempre consci di quali e quante. Qualsiasi sia l’operazione che compiamo online, o, per dirla col filosofo Luciano Floridi, onlife, dovremmo essere consapevoli delle impronte digitali che ci lasciamo alle spalle.

Sebbene la fantascienza ci abbia abituato a scenari alquanto funesti, a farci paura non dovrebbe essere un futuro in cui le macchine avranno sottomesso il genere umano e domineranno il mondo (situazione alquanto improbabile!). Sarebbe bene, invece, ragionare adesso sulla condizione di inferiorità e ignoranza determinata da pratiche come la profilazione o dalla difficoltà, dinanzi a un’intelligenza artificiale, di svelare l’inganno del gioco dell’imitazione. Riflettere su queste problematiche non significa, dunque, condannare l’avvento del digitale e l’evoluzione dell’intelligenza artificiale, ma, al contrario, vuol dire creare la consapevolezza e le condizioni affinché possa essere impiegata e prosperare in un clima di fiducia.