“Queste le tre competenze necessarie per vivere nell’era delle macchine"

Il mondo del lavoro si muove verso un modello ibrido in cui l’uomo dovrà convivere con robot e algoritmi di intelligenza artificiale sempre più evoluti. Tiscali News ne ha parlato con Franco Civelli, coautore del saggio Novizi senza fine

Tre competenze necessarie per vivere era delle macchine
Foto Pixabay

Secondo uno studio del McKinsey Global Institute il 49% dei lavori svolti attualmente da persone fisiche potranno essere automatizzati quando le tecnologie in via di sviluppo si saranno diffuse su scala globale.

L’analisi si è concentrata sui singoli compiti svolti nell’ambito delle varie attività lavorative e questo ha consentito ai ricercatori di stimare in modo più approfondito l’impatto della rivoluzione tecnologica in corso. Solamente il 5% degli attuali mestieri potrà essere totalmente automatizzato. Nella maggior parte dei casi (il 60% dei lavori) la percentuale delle attività che potranno essere svolte automaticamente da robot o sistemi di intelligenza artificiale sarà pari al 30%.

La conclusione dello studio è dunque che non si arriverà ad una cancellazione del lavoro umano ma ad un modello ibrido in cui l’uomo dovrà convivere con le macchine. Questo scenario rende necessaria una riflessione sulle competenze e sulle nuove forme di apprendimento che dovranno essere sviluppate non in futuro ma già nel presente.

Questo lavoro è stato fatto da Franco Civelli e Daniele Manara nel saggio Novizi senza fine pubblicato recentemente da Guerini e Associati nella collana 4.0. Tiscali News ha sentito uno dei due autori, Franco Civelli che da 30 anni si occupa di sviluppo organizzativo e manageriale in organizzazioni sia pubbliche che private.

Partiamo dal titolo del libro, cosa significa “Novizi senza fine”?
“Significa che a fronte di una società sempre più digitalizzata le persone sono ‘costrette’ nel proprio percorso di carriera personale e lavorativo a doversi reinventare sempre più frequentemente. Questo è il concetto di novizio, il dover costantemente apprendere perché è saltato il meccanismo tipico del passato per cui una persona finiva un percorso di studi e viveva di rendita per i successivi 30 anni lavorativi”

Il noviziato senza fine può convivere con il principio sempre più sentito del work life balance, ovvero della necessità di trovare un equilibrio tra lavoro e vita privata?
“In effetti questo è un tema molto delicato. La parola chiave è la capacità delle persone di auto organizzarsi e questo vale sia per chi lavora all’interno di organizzazioni strutturate, sia per chi svolge un lavoro autonomo”.

Cosa significa auto organizzazione concretamente?
“La capacità di apprendere e di saper gestire i tempi e le distanze come ci sta insegnando anche la pandemia”.

La formazione continua deve essere in capo alle sole persone o anche le imprese devono dare il loro contributo?
“Anche le imprese sono chiamate a favorire i processi di apprendimento. In questo senso c’è un aspetto che favorisce il nostro Paese: l’avere una economia basata sui distretti produttivi. In un contesto come il nostro la prossimità fisica è rilevante e agevola il trasferimento delle competenze”.

A proposito di competenze quali sono quelle su cui i lavoratori dovrebbero investire tempo e risorse? E’ già possibile dirlo oggi oppure l’innovazione è talmente veloce che si fa fatica perfino a dare delle indicazioni?
“Nel libro scritto assieme a Daniele Manara abbiamo individuato tre aree fondamentali. La prima è la capacità di gestione delle relazioni. Relazione con sé stessi e con gli altri. Il secondo ambito è invece quello della curiosità ovvero della capacità di saper porre domande e sollevare problemi, anche se questi aspetti possono risultare scomodi nelle organizzazioni produttive tradizionali. Il terzo aspetto, infine, è la creatività. Tutta la letteratura sulla società digitale e su Industry 4.0  sottolinea fortemente quest’ultima esigenza”.

Perché la creatività è così importante per i lavoratori del futuro?
“Perché è lo strumento più importante per affrontare l’incertezza causata dall’intelligenza delle macchine in tutte le sue manifestazioni. Come affrontare situazioni rispetto alle quali le persone non sempre sono attrezzate? La risposta è la creatività”.

Mi sembra di capire che più che alle competenze pratiche, come per esempio quelle sul digital marketing o sul machine learning, giusto per indicare due ambiti spesso citati, voi guardate soprattutto all’aspetto culturale ed emozionale delle persone.
“Si. La lettura che assieme a Daniele Manara abbiamo dato nel nostro libro è che la priorità è lavorare sulla fragilità delle persone. Fragilità di fronte alle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e all’infodemia, ovvero al disorientamento che deriva dall’avere troppe informazioni. Per gestire tutto questo è necessario lavorare sull’apprendimento emozionale e relazionale. In Italia c’è ancora timore a lavorare su questi aspetti ma è certamente il modo migliore per affrontare le sfide che ci pone davanti la società 4.0”.