Droni, assembramenti e cellulari: come autocrati e dittatori sfruttano l'emergenza coronavirus per reprimere e sorvegliare

Anche in nazioni democratiche come l'Italia occorre procedere con cautela e diffidare dello stato di eccezione

Droni, assembramenti e cellulari: come autocrati e dittatori sfruttano l'emergenza coronavirus per reprimere e sorvegliare

Droni, cellulari, videocamere: sono molteplici gli strumenti dispiegati in Italia in queste settimane per far rispettare le restrizioni imposte dal governo per combattere il Coronavirus.

A Milano, la geolocalizzazione dei cellulari è stata sfruttata per stimare la percentuale di cittadini che si allontanavano più di 300 metri dalla propria abitazione. A Forlì, un software avverte in automatico la polizia quando una delle telecamere cittadine rileva un 'assembramento' di tre o più persone.

A Cremona, Brescia, Barletta, Trani, Siena, Genova Treviso e in altre città più o meno grandi, i vigili urbani avevano iniziato nei giorni scorsi a sperimentare l'utilizzo dei droni per controllare il comportamento dei cittadini. Sperimentazione per il momento interrotta da una circolare del Viminale, che ieri ha bloccato tutto, in attesa di accertamenti.

Se l'invadenza di questi strumenti, pur usati a fin di bene, desta già qualche preoccupazione in un paese democratico, in regimi autocratici o nelle cosiddette democrature il rischio che l'emergenza venga sfruttata per instaurare uno Stato di polizia e reprimere il dissenso, è ancora maggiore.Di certo si tratta di un'occasione ghiotta per governanti di ogni regime e di ogni colore.

Non è soltanto una questione tecnologica: anche senza droni o altre diavolerie, uno dei principali strumenti che i cittadini hanno a disposizione per protestare, l'occupazione fisica dello spazio pubblico da parte di masse di persone inneggianti al cambiamento, cade automaticamente vittima delle regole sul social distancing e sull'autoconfinamento nelle proprie abitazioni.

Solo poche settimane fa i giovani di Hong Kong scendevano in piazza chiedendo democrazia e riforme ma, in ossequio alle (giuste) strategie di lotta al virus, tutto ciò è stato cancellato: il movimento ha perso abbrivio e chissà se lo ritroverà in futuro. In Algeria, dove 'regna' da più di vent'anni lo stesso presidente, Abdelmadjid Tebboune, e dove da più di un anno si svolgevano marce di protesta contro l'intenzione dello stesso di prorogare ulteriormente il proprio mandato, sta accadendo lo stesso.

Più ambiguo il caso di Israele, ma è indubbio che per il primo ministro Netanyahu, sia dal punto di vista politico che personale, l'apparizione del virus è stata una manna dal cielo. Non molto tempo fa lottava per la propria sopravvivenza, messo all'angolo da pesanti accuse di corruzione. I suoi avversari, dopo le elezioni sembravano in grado di formare una maggioranza e minacciavano di introdurre una legge che impedisse a chiunque fosse stato rinviato a giudizio di diventare premier.

Rimanendo a capo del Paese per guidarlo nell'emergenza, invece, il primo ministro uscente è stato in grado di far chiudere temporaneamente la maggior parte dei procedimenti giudiziari (con conseguente slittamento anche del suo processo) e rimandare la formazione di un nuovo governo.

Non solo, ma ha usato i poteri di emergenza per far passare una legge che consente allo Stato di usare in pieno la potenza del proprio apparato tecnologico e di sorveglianza per tracciare i movimenti dei cittadini allo scopo di contenere l'epidemia. Una tecnologia sviluppata contro il terrorismo usata per spiare i cittadini, senza che la misura sia stata vagliata dal parlamento e senza che i servizi segreti debbano essere autorizzati dal giudice per cominciare un pedinamento.

Il tutto, certo, a fin di bene e all'interno della cornice di uno Stato democratico, pur con i caveat di cui sopra. Il timore però, come scrive lo storico Yuval Noah Harari, è che misure di questo tipo restino in vigore anche una volta terminata l'emergenza: una volta superata una certa soglia è difficile tornare indietro. Quello che era difficile da accettare diventa normale.

Ricordate il Patriot Act? Approvato in tutta fretta dopo dopo gli attentati del'11 settembre 2001, il decreto che conteneva alla polizia e alle agenzie di intelligence americane poteri eccezionali per sorvegliare i cittadini era stato pensato per avere una durata limitata, ma molte delle sue misure sono tutt'ora in vigore (rinnovate per l'ennesima volta pochi giorni fa).

In Cina, dove già l'occhio del governo era quasi onnipresente prima dei contagi, il timore di molti osservatori è che i provvedimenti straordinari presi durante l'epidemia (app per la geolocalizzazione dei malati, i droni dispiegati a monitorare, registrazione della temperatura in remoto, riconoscimento facciale) diventino permanenti. Se prima la sorveglianza si concentrava soprattutto su alcune regioni, ora potrebbe diventare la normalità anche per il resto della popolazione.

E in Italia? In Italia, come accennato in apertura, si assiste per ora soprattutto a iniziative di sorveglianza digitale di diverso tipo ed invasività, da parte di amministrazioni locali. Con buone intenzioni, per il bene della collettività, ma da monitorare attentamente, per evitare che comprimano eccessivamente le libertà democratiche individuali.

Il quadro potrebbe ulteriormente cambiare se il governo adottasse, come sembra intenzionato a fare, strumenti di tracciamento individuale simili a quelli utilizzati in Corea del Sud, dove hanno giocato un ruolo chiave nel prevenire il diffondersi dei contagi. Al prezzo però della rinuncia alla privacy personale.

Se così fosse, si spera che quanto è accaduto e sta accadendo in altri regimi e altre culture, serva da monito per far sì che non si verifichino abusi nell'implementazione e soprattutto, per far sì che l'eccezionale non si tramuti poi nel nuovo normale.