Ecco il piano italiano per l’intelligenza artificiale: grandi ambizioni ma pochi soldi

Solamente 150-200 milioni di euro l’anno per finanziare interventi di ogni tipo

Ecco il piano italiano per l’intelligenza artificiale: grandi ambizioni ma soldi pochi e a pioggia

Nel campo dell’intelligenza artificiale (AI) l’Europa è molto indietro rispetto a Stati Uniti e Cina. E all’interno del Vecchio Continente l’Italia è il fanalino di coda. Per sperare nel riscatto del nostro Paese si aspettava il varo del piano nazionale sulla AI da parte del Mise (Ministero dello Sviluppo Economico). I contenuti sono finalmente chiari e (purtroppo) grande è la delusione. Il risultato prodotto è perfettamente in linea con l’azione di governo degli ultimi tempi: obiettivi ambiziosi, soldi pochi e spesi a pioggia.

I dati a livello mondiale 

Come già detto, l’Europa è in forte ritardo rispetto a Cina e Stati Uniti. Il motivo è semplice: il gap gigantesco di risorse economiche messe in campo. Secondo i numeri pubblicati da Statista, tra il 2013 e il 2018 ben il 60% degli investimenti mondiali in AI è stato fatto da Pechino. L’America ha contato per il 30%. Il resto (le briciole) se lo sono divise le altre aree del mondo.

Gli investimenti in Europa 

Il Vecchio Continente, consapevole che su questo fronte si gioca il futuro, negli ultimi anni ha però cambiato marcia. Secondo l’indagine “The Road to AI” pubblicata nei primi mesi del 2020 da Roland Berger, in un solo anno si è registrato un incremento del 55% dei fondi raccolti dalle startup del settore. Ma la corsa è guidata da soli 4 paesi che assieme totalizzano l’80% degli investimenti effettuati tra il 2009 e il 2019. Secondo le stime dello studio, nel 2019 Francia e Regno Unito avrebbero attivato investimenti nel settore per oltre 1,2 miliardi dollari. Staccata la Germania con mezzo miliardo di investimenti.

I limiti dell'Italia 

Nelle classifiche internazionali l'Italia è praticamente assente. Storicamente l’ecosistema dei nostri venture capital è anemico (i soldi sono pochi) e il settore pubblico nell’ultimo decennio non ha certo brillato per lungimiranza. Ecco perché il piano del Mise era atteso con trepidazione. Ma la montagna ha partorito un topolino. Obiettivi molto ambiziosi ma soldi pochi e spesi a pioggia.

Obiettivi ambiziosi 

Il piano (redatto come consuetudine da un team di esperti) spiega che l’obiettivo non è solamente quello di portare l’intelligenza artificiale tra le materie scolastiche e nelle attività produttive ma addirittura di mettere al centro il pianeta e il benessere dei cittadini e di tutti gli individui.

Ambiti di intervento vasti 

Andando più sul pratico il piano si articola su 82 mosse di intervento in sei ambiti specifici (1) manifattura e robotica (2) servizi sanità e finanza (3) trasporti, agrifood ed energia (4) aerospazio e difesa (5) pubblica amministrazione (6) cultura, creatività e digital humanities. Classificazione curiosa da cui emerge subito che in realtà i settori di intervento sono ben più di sei. Mettere nello stesso ambito sanità e finanza è alquanto curioso, così come lo è mettere nello stesso calderone traporti e agricoltura.

Risorse a disposizione poche 

Ma la parte più deludente è sicuramente quella delle risorse. L’impegno finanziario previsto è infatti di 150-200 milioni di euro l’anno nel prossimo quinquennio. Vale a dire (se va bene) 1 miliardo di euro di investimenti in tutto. Meno di quello che Francia e Regno Unito stanno già investendo in un solo anno.

Soldi spesi a pioggia 

Se poi consideriamo la vastità delle aree di intervento (i 6 ambiti racchiudono in pratica la totalità dell’agire umano nel nostro Paese) non bisogna essere grandi esperti in materia per prevedere che il risultato finale sarà l’ennesima pioggia di denaro che si disperderà in mille rivoli senza risultato concreto alcuno.

Poca fiducia nei gestori 

Vista la nostra storia recente, poca fiducia (purtroppo) possiamo riporre nella cabina di regia che sarà attivata per coordinare le attività tra le pubbliche amministrazioni e nell’Istituto Italiano AI che dovrà favorire la ricerca, attrarre investimenti europei e collaborare con le eccellenze esistenti.

Una occasione persa 

Considerando che nei prossimi mesi dall’Europa arriveranno svariati miliardi per favorire la ripresa, che Bruxelles e i Paesi frugali ci chiedono a gran voce investimenti strutturali e che l’innovazione tecnologica (e l'intelligenza artificiale in particolare) saranno sempre più rilevanti per la crescita economica, qualcosa in più rispetto ai 150-200 milioni di euro l’anno si poteva sicuramente fare.