Robot e intelligenza artificiale cambieranno 6 mestieri su 10 nel giro di 2 anni

Pubblicato uno studio di Deloitte sugli effetti delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro

A causa dei robot 6 mestieri su 10 costretti a cambiare nel giro di 2 anni

Deloitte, una delle principali società di consulenza aziendale del mondo, ha fatto il punto sulle tendenze in atto nel mondo del lavoro. Le conclusioni confermano che ci troviamo in presenza di un cambio epocale. Entro il 2021 (quindi nel giro di soli 2 anni) ben il 61% dei mestieri sarà profondamente impattato dall’uso sempre più intensivo di robot e intelligenza artificiale. In pericolo in particolare le mansioni a basso valore aggiunto che saranno automatizzate. Le altre saranno svolte diversamente e questo spingerà verso una riconversione di competenze e mentalità.  

Cambiano anche le aspettative dei lavoratori 

“In futuro – ha spiegato all’AGI Gianluca Di Cicco, partner di Deloitte – le ambizioni e le aspettative dei lavoratori saranno radicalmente diverse rispetto a qualche anno fa. Le persone saranno sempre più interessate agli obiettivi dell’azienda, alle prospettive di crescita e all’equilibrio tra lavoro e tempo libero. L’idea del posto fisso stabile sarà superata e si punterà ad essere imprenditori di sé stessi e perché no, a divertirsi lavorando”.

L'importanza delle soft skill 

Per Di Cicco “i robot non rischiano quindi di schiacciare l’umanità ma al contrario le componenti intellettive e creative saranno vincenti nel rapporto dell’uomo con la tecnologia”. “Le competenze relazionali – ha proseguito - le capacità di risolvere problemi e di gestire la complessità, le cosiddette soft skills , diventano sempre più importanti e saranno loro a fare la differenza".

Il caso dei rider 

Una visione positiva e ottimistica sulle conseguenze delle nuove tecnologie condivisa da tanti ma non da tutti. C’è anche infatti chi vede un futuro meno roseo per i lavoratori e in particolare per i livelli occupazionali che potrebbero scendere significativamente, quanto meno per un certo periodo di tempo. Ad alimentare il pessimismo sono anche i segnali che arrivano dai settori già impattati da tempo dalle nuove tecnologie digitali. Il caso dei rider (fattorini) è emblematico. La nuova modalità organizzativa avrebbe dato flessibilità, libertà e autonomia. La realtà è invece sotto gli occhi di tutti. I rider sono diventati semplicemente lavoratori con diritti limitati rispetto ai tradizionali dipendenti. Una sentenza di pochi giorni fa della Cassazione ha però cambiato questo stato di cose (quantomeno in Italia) affermando che ai rider spettano le tutele del lavoro subordinato anche se non sono dipendenti. I giudici sono dunque dovuti intervenire per correggere una evidente distorsione del mercato.

Il management moderno 

Questa vicenda è un campanello di allarme di cui si dovrebbe tenere conto. Non è un mistero che la riduzione dei costi sia uno dei mantra del management moderno. Se un chatbot può fare il lavoro di un addetto all’assistenza clienti (nella grande maggioranza dei casi precario e interinale) ad un costo praticamente irrisorio, lo scenario più probabile è che quel lavoratore perderà il suo impiego. Perché l’azienda dovrebbe riconvertirlo? L'operazione non sarebbe semplice e neanche a costo zero. 

La necessità di una presa di coscienza 

L’idea della “liberazione” di massa dalle mansioni noiose e a basso valore aggiunto da parte della tecnologia può riguardare una minoranza della forza lavoro. Per la maggioranza all’orizzonte si staglia lo spettro della disoccupazione. E questo è il motivo per cui la politica (quella con la P maiuscola) dovrebbe incominciare ad occuparsi del pericolo prima che sia troppo tardi, guidando un cambiamento del mondo del lavoro a 360 gradi: organizzazione, formazione, ammortizzatori sociali. Pensare di poter affrontare le sfide poste dalla robotica e dall'intelligenza artificiale con gli stessi modelli organizzativi (aziendali e di welfare) del XX secolo sarebbe una pura follia.