[Intervista] "Vi svelo la formula per creare le città intelligenti del futuro"

Tiscali News ha sentito Raffaele Gareri cofondatore di "The Smart City Association Italy" e coautore del libro "Un new deal digitale"

'Vi spiego cosa serve davvero per creare le città intelligenti del futuro'
Foto Pixabay

Come si può favorire lo sviluppo digitale delle nostre comunità? Una risposta è sicuramente quella di investire nella diffusione delle smartcities ovvero delle città intelligenti. Tiscali News ne ha parlato con un esperto in materia, Raffaele Gareri, Chief Digital Government Officer di Linkem, cofondatore di The Smart City Association Italy e coautore del libro Un new deal digitale.

Si parla di città intelligenti da anni ormai ma nonostante il fascino il tema è rimasto appannaggio degli addetti ai lavori. Partirei perciò da una definizione del concetto: cosa è una smartcity?
"Il significato di smart city è cambiato nel tempo ed è diverso da quello di 10 anni fa. Penso che oggi una città si possa definire intelligente quando i principali attori del territorio incominciano a parlarsi per pianificare uno sviluppo integrato ovvero una visione comune del futuro che funga da collante delle azioni dei singoli protagonisti, per esempio nell’allocazione delle risorse”.

Chi sono questi attori?
"Sono i cosiddetti stakeholders ovvero gli enti locali, le università, le camere di commercio, le associazioni rappresentative delle imprese e dei cittadini, eventualmente grandi imprese operanti nel territorio”.

Vista in questo modo una smartcity appare essenzialmente come una entità in cui i soggetti più importanti della città dialogano tra di loro. Nell’immaginario collettivo il termine è però associato all’uso delle nuove tecnologie.
"Questo è l’obiettivo comune verso cui deve tendere il dialogo tra le parti. La tecnologia, ed in particolare quella digitale, svolge ormai un ruolo fondamentale nell’amministrazione di una città: dall’assistenza sociale, alla promozione turistica ai lavori pubblici solo per fare qualche esempio. Ogni attività si basa ormai su una infrastruttura digitale e dunque la pianificazione serve proprio per far parlare tra loro queste infrastrutture digitali anche perché possono essere condivise su più ambiti applicativi”.

Ci può fare un esempio concreto?
"Prendiamo un progetto di riqualificazione dell’illuminazione pubblica basato sulla tecnologia led e su una connettività diffusa lungo le strade per interconnettere i vari sensori e i dispositivi che regolano l’intensità luminosa in modo intelligente. Sarebbe uno spreco pensare che l’infrastruttura di connettività sottostante serva solo a regolare l’illuminazione perché può servire anche per rendere intelligente la raccolta dei rifiuti urbani connettendo sensori installati all’interno dei cassonetti, può servire per rendere i semafori intelligenti e migliorare la mobilità cittadina, può servire per dare informazioni ai turisti che si muovono nella città. Chi si occupa della illuminazione cittadina deve dunque parlare con chi si occupa di ambiente, mobilità e turismo, solo per restare nell’ambito degli esempi fatti. Questo è l’elemento chiave per lo sviluppo delle smartcities”.

Quali sono le difficoltà principali da risolvere per poter sviluppare il dialogo tra le parti?
“Occorre un approccio che non sia solamente tecnologico ma multidisciplinare. Il gruppo di lavoro che guida la trasformazione digitale deve avere al suo interno anche competenze organizzative, comunicative, finanziarie e sulle questioni etiche che l’uso delle nuove tecnologie pone. Per esempio, quali limiti devono rispettare le applicazioni di intelligenza artificiale utilizzate per rilevare gli assembramenti e migliorare la mobilità cittadina? La multidisciplinarietà è dunque fondamentale. I tecnici devono imparare a parlare con i gestori dei servizi perché sono loro che devono capire come utilizzare le tecnologie per ridisegnare i servizi offerti alla comunità”.

Quale è lo stato dell’arte dello sviluppo delle smartcities in Italia rispetto agli altri principali paesi avanzati?
"Il nostro Paese come al solito è fatto di luci e ombre. Ci sono eccellenze e realtà che sono rimaste indietro. Tendenzialmente le città medio grandi, come Firenze e Bologna, sono quelle più dinamiche. Tra le grandi città stanno facendo bene Milano e Torino ma anche Roma negli ultimi anni ha recuperato diverse posizioni. Al Sud infine brillano Palermo, Messina e Bari”.

Chi invece è rimasto indietro?
"In generale soffriamo sul territorio provinciale. In altre nazioni esistono grosse concentrazioni urbane come Londra, Parigi, New York, Tokyo o Città del Messico che facilitano le cose. In Italia invece abbiamo un tessuto socio economico ancora molto incentrato sui piccoli centri di provincia. Per esempio la provincia di Brescia ha una popolazione di 1,2 milioni di abitanti ma la città capoluogo ha poco meno di 200 mila abitanti. C’è una forte presenza di famiglie e imprese fuori dalla città. E’ importante quindi che l’Italia costruisca un modello di trasformazione digitale che impatti su tutto il territorio e non solo sulla città in senso stretto”.

Cosa cambia nella digitalizzazione di un territorio più vasto, come quello provinciale, rispetto ad un ambito più ristretto come quello cittadino?
"Diventa ancora più centrale la capacità di dialogo tra i vari attori presenti sul territorio. I comuni dovrebbero andare maggiormente verso logiche di condivisione delle risorse e delle competenze. Mettersi assieme è fondamentale per raggiungere una massa critica attraente economicamente per l’investimento del privato. Questa è la condizione necessaria per innescare un circolo virtuoso: gli investimenti creano le infrastrutture che a loro volta attraggono nuovi investimenti sul territorio e così via”.

Mi sembra di capire che dobbiamo replicare quanto fatto con i distretti industriali, un modello di sviluppo tipicamente italiano basato sulla capacità di creare reti territoriali.
"Esatto e per fare questo occorre che i comuni elaborino assieme i piani strategici del territori. L’idea di futuro non può più essere quella del piccolo comune ma occorre una visione di un intero territorio che ha una vocazione simile, esempio agricola, turistica o industriale”.

I piani strategici necessitano però di risorse finanziarie. Il PNRR garantisce all’Italia risorse sufficienti per la trasformazione digitale dei territori?
“Il PNRR è una grossa opportunità e i soldi a mio avviso sono sufficienti. L’elemento critico non è finanziario ma progettuale. Bisogna evitare di disegnare progetti che sono semplici evoluzioni di quelli precedenti e svilupparne dei nuovi aventi una natura dirompente”

Cosa significa disegnare progetti dirompenti?
"Significa cogliere appieno le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale, dai big data, dall’internet of things e dal machine learning. Queste nuove tecnologie ci consentono di disegnare servizi in modo completamente nuovo rispetto al passato. Questo è anche l’unico modo per creare processi sostenibili dal punto di vista finanziario, sociale e ambientale”.

Linkem ha creato una divisione ad hoc dedicata alle smartcities. Quali sono le azioni principali che state mettendo in campo?
"Linkem ha deciso di impegnarsi non solo nella realizzazione delle infrastrutture 5G ma anche nello sviluppo dei servizi che dovranno sfruttare questa nuova rete. Il concetto di base è che la valorizzazione degli investimenti non deriverà dalla semplice evoluzione degli attuali servizi. Già oggi i servizi 4G rispondono a numerosi bisogni. La vera sfida è immaginare un mondo con servizi diversi da quelli attuali grazie alle potenzialità del 5G. Per fare questo abbiamo creato un programma ad hoc chiamato Future Communities che punta a sviluppare un modello collaborativo perché è nostra convinzione che nessuno da solo avrà tutte le competenze necessarie per sviluppare i nuovi servizi. Occorre creare un ecosistema di partner pronto ad includere al suo interno anche gli attori dei territori. Questo è il modello che immaginiamo e il Rome Urban Innovation Hub è un primo prodotto di questa visione”.

Di cosa si tratta?
"Di una iniziativa che stiamo sviluppando coinvolgendo anche partner internazionali come l’Arizona State University e in particolare la Thunderbird School of Global Management. E un luogo fisico e virtuale dove invitare i territori per mostrare loro esperienze già fatte e abbozzare assieme possibili percorsi innovativi sui quali innestare progettualità vere e proprie. Per noi è dunque una iniziativa di disseminazione delle nuove logiche di sviluppo della trasformazione digitale per non sprecare le risorse finanziarie in arrivo ma al contrario per utilizzarle in progetti co-definiti assieme ai soggetti del territorio che devono avere un ruolo attivo”.

La vostra attività di disseminazione prevede anche percorsi formativi?
“Assolutamente sì. Stiamo ragionando assieme all’Arizona State University per far diventare un contenuto dello Urban Innovation Hub il programma 100 Million Learners Global. Si tratta di un insieme di percorsi formativi gratuiti sulle nuove competenze e sulla imprenditorialità destinati a persone svantaggiate. La nostra idea è di estendere a un bacino di persone il più ampio possibile le opportunità offerte dalla nuova società digitale”.