[Intervista] “Vi spiego chi davvero guadagna dalla diffusione dei pagamenti elettronici"

Tiscali News ha sentito Stefano Casu, manager nel settore dell’ePayment e coautore del libro Payment Service Directive PSD2

[Intervista] “Vi spiego chi davvero guadagna dalla diffusione dei pagamenti elettronici”
Foto Creative Commons di Sean MacEntee

Non è infrequente sentire persone affermare che dietro la spinta all’adozione dei pagamenti con carta elettronica ci sono le banche. Il Cashback lanciato dal governo sarebbe dunque non solo uno strumento utile per combattere il nero ma anche un grosso regalo al sistema creditizio italiano. E’ davvero così? Tiscali News lo ha chiesto ad un esperto in materia, Stefano Casu, manager nel settore dell’ePayment, coautore del libro Payment Service Directive PSD2, edito da Giuffre Lefebvre e docente nel corso online sui pagamenti elettronici organizzato da Open Campus.

Il governo sta spendendo molti soldi con il Cashback di Stato (4,7 miliardi fino a tutto il 2022). Servirà davvero per abituare gli italiani ad utilizzare i pagamenti elettronici?
“Penso di sì anche perché i dati stanno dicendo questo. Tantissimi italiani si sono iscritti all’applicazione IO e hanno iniziato ad utilizzare sistematicamente strumenti di pagamento elettronici. L’incentivo sta dunque funzionando”.

I commercianti si lamentano però di pagare commissioni elevate sulle transazioni elettroniche e ancora oggi, in pieno Cashback, storcono il naso quando gli importi sono inferiori ai 10 euro. Perché succede questo?
“Tutto nasce da una scarsa conoscenza dei meccanismi di tariffazione delle transazioni elettroniche che spesso porta i commercianti a fare delle scelte sbagliate. La commissione sui pagamenti elettronici (o fee) può essere fissa o variabile. Alcuni contratti prevedono un mix e altri una tariffa flat ovvero un importo mensile indipendente da numero e volume delle transazioni. Il commerciante deve scegliere una tariffazione corretta per il suo modello di business. Se fa molti scontrini di piccolo importo, esempio un bar, ha convenienza a scegliere commissioni percentuali che di solito sono di piccolissima entità. Se invece fa pochi scontrini di importo elevato allora ha convenienza a scegliere commissioni fisse. Se ha un giro di affari molto elevato potrebbe anche optare per forme di tariffazione flat frutto dell'analisi del ticket medio e di una contrattazione con i fornitori del servizio. Tutto sta nello scegliere il piano commissionale giusto. Perché, dunque, molti commercianti si lamentano per il pagamento di piccoli importi con carta elettronica? Semplicemente perché hanno una tariffazione non corretta”.

Però se il commerciante fa sia scontrini di importo basso che scontrini di importo alto il problema rimane.
“In questo caso può decidere di avere più POS, ovviamente con piani tariffari diversi, e utilizzare in ciascuna transazione quello più conveniente”.

Nell’immaginario collettivo i veri beneficiari dei pagamenti digitali sono le banche. Secondo i complottisti il Cashback sarebbe dunque un grosso favore ai potentati finanziari. E’ davvero così?
“Anche qui c’è un problema di mancata conoscenza del settore. In realtà non tutte le banche guadagano dai pagamenti e il loro margine spesso è esiguo. Il vero guadagno lo fanno i cosiddetti acquirer ovvero i soggetti che gestiscono le piattaforme tecnologiche che consentono alle carte di pagamento di trasformarsi in soldi. Non sono tantissimi. In Italia ci sono 3 attori principali: Nexi, Banca Sella e Bnl Positivity. Quindi se proprio si vuole fare dietrologia o complottismo allora si dovrebbe dire che la spinta ai pagamenti elettronici viene fatta per favorire non gli interessi delle banche ma dei tre soggetti che ho indicato prima. E la cosa mi sembra francamente assurda”.

In nazioni come la Cina le stesse carte di pagamento (di credito o di debito) sono ormai obsolete e tutto avviene tramite smartphone. Come funzionano in questo caso i pagamenti?
“Bisogna partire facendo una distinzione tra strumento che si usa per effettuare il pagamento, esempio la carta in plastica, e sistema di pagamento ovvero la piattaforma tecnologica che gestisce la transazione. Anche in Occidente si stanno diffondendo servizi come Google Pay o Apple Pay che consentono di pagare utilizzando lo smartphone. In questo caso però ciò che cambia è solo lo strumento di pagamento. La tradizionale carta di plastica viene ‘incorporata’ dentro lo smartphone. In Cina invece servizi come We Chat Wallet hanno portato ad una innovazione molto più radicale. A cambiare non è solo lo strumento di pagamento ma anche il sistema ovvero la piattaforma tecnologica che non è più quella dei tradizionali sistemi finanziari. Potrebbe succedere anche in Occidente? Certamente sì ma esiste un grosso problema regolamentare. Apple e Google dovrebbero diventare banche o istituti di pagamento e questo ovviamente pone problemi non banali sul fronte dell’Antitrust, anche se un altro gigante digitale come Amazon è di fatto già entrata nel settore”.

In che senso Amazon è già entrata nel settore finanziario?
“Nel senso che usa se stessa come gateway di pagamento nelle vendite effettuate sulla sua piattaforma di ecommerce. Non si appoggia dunque ai tradizionali attori del settore, risparmiando milioni di dollari in commissioni. Questo spiega, per esempio, perché su Amazon non si possono fare pagamenti con Pay Pal e perché adesso l’azienda fondata da Jeff Bezos sta offrendo a terzi (ad esempio altri ecommerce) il suo sistema di pagamento Amazon Pay e sta dando la possibilità di pagare a rate”.

La diffusione dei pagamenti digitali è sicuramente importante per contrastare il nero e dunque per consentire allo Stato di recuperare risorse preziose. Ma a parte questo esistono altri benefici per i cittadini/consumatori?
“Sì, esistono diversi benefici. Il primo che mi viene in mente è sicuramente quello della sicurezza personale. Purtroppo non sono rare le aggressioni alle persone che ritirano soldi ai bancomat. In generale andare in giro senza troppo contante è sicuramente meglio. In secondo luogo il tracciamento dei pagamenti rende possibile una migliore gestione finanziaria dei propri soldi in quanto avendo uno storico è possibile capire con precisione in che modo li spendiamo. Esistono già diverse applicazioni sviluppate appositamente per la gestione delle spese con l’obiettivo di aiutare a tenere in ordine i conti personali o familiari. Infine, per chi non si pone troppi problemi sul fronte della privacy, un terzo elemento molto interessante è quello della profilazione positiva. Cosa significa? Che possiamo ricevere delle proposte commerciali ad hoc basate sull’analisi delle nostre abitudini di spesa. Se, per esempio, una buona fetta del mio budget va verso un determinato bene/servizio potrei ricevere una proposta commerciale da parte di un competitor del mio fornitore che mi fa risparmiare dei soldi. La profilazione positiva potrebbe poi agevolare la concessione di prestiti perché le banche analizzando i dati sulle transazioni finanziarie sono in grado di stimare con maggiore precisione il rating creditizio delle singole persone. Si potrebbe finalmente superare il limite, che per esempio penalizza tanti nuovi lavoratori free lance, dell’avere una busta paga da lavoro dipendente come requisito per accedere al credito”.

Si parla molto di criptovalute anche se al momento si sono evolute più come strumento di investimento che non di pagamento. La Bce sta però lavorando al lancio dell’euro digitale. Cosa avrebbe di diverso  rispetto a quello attuale che di fatto è già digitalizzato se pensiamo, per esempio, ai pagamenti con carte elettroniche o ai bonifici bancari?
“Le criptovalute nazionali sarebbero in primo luogo delle stable coin ovvero delle valute con un valore stabile. Stabilità che al momento non ha il Bitcoin, che oscilla continuamente sui mercati finanziari, e che è il principale impedimento al suo utilizzo come strumento di pagamento. Che beneficio avrebbe il singolo cittadino dal varo di un euro digitale? Anche qui per capirlo dobbiamo parlare nuovamente dei sistemi di pagamento. L’infrastruttura tecnologica sottostante una criptovaluta nazionale, un sistema simile alla cosiddetta blockchain, renderebbe possibile il trasferimento di euro tra singoli soggetti privati saltando quindi gli intermediari ovvero i tradizionali circuiti di pagamento esistenti, per esempio quelli di Mastercard o Visa. Gli interessi in gioco sono tantissimi e solo con il tempo vedremo il livello di liberalizzazione a cui si arriverà, anche perché gli intermediari esistenti svolgono una importante funzione garantista delle transazioni, si assumono delle responsabilità, fanno le verifiche antifrode, per cui sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra i benefici economici derivanti dall’introduzione di un euro nativo digitale e le garanzie che vanno poste a tutela dei singoli cittadini”.

Stefano Casu (foto Open Campus)