[L’intervista] “Per innovare non bisogna fermarsi alla tecnologia. Ecco cosa serve”

Tiscali News ha sentito Pietro Veragouth, direttore dello Swiss Institute for Disruptive Innovation (SIDI)

[L’intervista] “Per innovare non bisogna fermarsi alla tecnologia. Ecco cosa serve”

L’innovazione viene unanimemente indicata come la variabile più importante per migliorare la competitività del sistema economico. E’ un tema sempre più presente nell’informazione mainstream ma raramente viene spiegato in che modo, concretamente, si possono innovare processi e prodotti. Tiscali News ha provato a farlo sentendo Pietro Veragouth, direttore dello Swiss Institute for Disruptive Innovation (SIDI).

I termini disruptive innovation (innovazione dirompente) e megatrend fanno ormai parte del linguaggio comune. Che differenza c’è tra i due fenomeni?

"Una innovazione o tecnologia dirompente ha il potenziale di sconvolgere un mercato, distruggerlo o di crearne uno nuovo, e si manifesta in modo quasi inaspettato. Un megatrend invece è un fenomeno di lungo periodo, lineare e quindi prevedibile, che può avere una natura tecnologica ma anche economica, politica o sociale. Sono megatrend l’internazionalizzazione, l’automazione, la democratizzazione, la sostenibilità ambientale, l’invecchiamento della popolazione. E’ un megatrend anche la digitalizzazione che è il risultato di una successione nel tempo di innovazioni tecnologiche dirompenti legate tra loro: il microchip, il computer, internet, lo smartphone”.

Per il SIDI quali sono le innovazioni dirompenti del momento più rilevanti?

"Da tempo nei nostri report indichiamo ai primi tre posti l’ingegneria genetica, l’intelligenza artificiale e il computer quantistico. L’ingegneria genetica farà fare un immenso balzo in avanti alla medicina. Sull’intelligenza artificiale penso che ognuno si sia già fatto la propria idea perché negli ultimi anni se n’è parlato tanto. Il computer quantistico è per i più una tecnologia ancora sconosciuta ma è di fatto già una realtà. Nel medio termine rappresenterà un vero e proprio salto quantico per il settore dell’informatica e della comunicazione”.

Chi sono i clienti del SIDI? I soggetti pubblici o le aziende?

“Entrambi. Per esempio sul fronte del pubblico stiamo rilanciando in chiave innovativa l’area più industrializzata del Ticino perché incomincia ad emergere il fatto che le attività insediate sono troppo a basso valore aggiunto. Tra le iniziative che stiamo portando avanti c’è la creazione di un centro di competenza sull’informatica quantistica che, come dicevo, è una delle tecnologie emergenti più interessanti. Un altro progetto importante lo abbiamo fatto in Lituania supportando il governo nella definizione del piano di sviluppo tecnologico”.

E sul fronte aziendale?

“Ci muoviamo su più ambiti. Possiamo aiutare una startup a crescere oppure una azienda matura a riconvertire le proprie attività”.

Indipendente dal fatto che il cliente sia il pubblico o una azienda privata, quale è l’elemento più importante per fare innovazione?

“Capire che il primo step è il cambio di mindset ovvero della cultura dell’organizzazione. Quando si parla di innovazione si tende a pensare alla tecnologia, all’aggiornamento tecnologico dei processi produttivi, logistici, commerciali e così via. Questa è una accezione riduttiva e fuorviante. Occorre rendersi conto che l’innovazione investe invece soprattutto i modelli di business, gli approcci al mercato, le modalità di creazione del valore”.

Ci può fare un esempio concreto di come un cambio di mindset può favorire l’innovazione?

“Un esempio interessante lo possiamo sicuramente fare nel campo della space economy che è destinata a diventare il più grande mercato di sempre e che per questo motivo viene già indicata come il millenium market. Tuttavia viene  ancora vista come un qualcosa di esclusivo delle grandi aziende tecnologiche, qualcosa di inaccessibile. In realtà la situazione è molto diversa. Il mercato dello spazio apre infinite possibilità in tutti i settori economici e di mercato. Assieme a Mars Planet abbiamo lanciato un programma che aiuta le aziende a misurare attraverso un apposito indicatore, chiamato Space Readiness Level, le proprie potenzialità in questo ambito che già oggi vale 480 miliardi di dollari e che raggiungerà i 3000 miliardi di dollari nel 2050. Perciò guardando in maniera diversa a questo mercato, dunque con un mindset diverso, si possono cogliere grandi opportunità di innovazione e di business”.

Questa metodologia è replicabile in ogni settore di mercato?

“Assolutamente sì. La ricerca di opportunità non è frutto del caso ma figlia del di un metodo e un approccio preciso. Ne siamo talmente convinti che a breve come SIDI lanceremo un nuovo servizio con il quale rimborseremo alle aziende il costo della consulenza se non riusciamo a trovare una idea di business soddisfacente per loro”.

Lei conosce molto bene il mercato e le aziende italiane. È un sistema industriale destinato al declino o può salvarsi ancora grazie all’innovazione?

“Gli imprenditori italiani pagano il peso di una burocrazia eccessiva ma hanno grandi potenzialità. Devono solo capire che innovare è ormai una necessità per continuare a rimanere competitivi nei mercati internazionali, e che per farlo è necessario anche affidarsi a chi ha il know how per dare loro una mano a cogliere le tante opportunità che esistono”.

Nell’immaginario collettivo l’innovazione è però una partita che riguarda i grandi colossi americani. Ci sono davvero possibilità anche per le aziende italiane?

“Come ho già detto prima parlando della space economy è un errore pensare all’innovazione come un qualcosa che interessa solo poche grandi aziende. E’ un fenomeno che riguarda tutte le aziende, qualunque sia la loro dimensione e il paese in cui sono localizzate. Noi come SIDI, per esempio, abbiamo relazioni con 150 organizzazioni sparse in tutto il mondo. Grazie alle moderne tecnologie di comunicazione la distanza geografica non è più una barriera”.

A proposito di nuove tecnologie di comunicazione, cosa pensa dello smartworking? E’ un processo transitorio o irreversibile?

“Se ci fosse stata solo la prima ondata del virus probabilmente si sarebbe tornati al punto di partenza. La seconda ondata sta però allungando i tempi e questo sta facendo capire a tanti che lo smartworking è utile per ottimizzare tempi e costi. Credo che difficilmente le aziende torneranno agli stessi ed identici modelli organizzativi esistenti prima della pandemia”.

Nei rapporti del SIDI analizzate non solo gli aspetti positivi delle innovazioni dirompenti ma anche le minacce. Ha ragione chi afferma che intelligenza artificiale e automazione rappresentano una grande pericolo per il lavoro dell’uomo?

"Non c’è dubbio che in molti settori si perderanno tanti posti di lavoro e che ci vorrà del tempo prima che se ne creino di nuovi in altri settori. Il problema va gestito ancora una volta con un cambio di mentalità per fare in modo che i vantaggi creati non siano appannaggio di pochi ma vengano ridistribuiti a tutti". 

In che modo si potrebbero redistribuire?

"Per esempio superando l'avversità culturale nei confronti del reddito di cittadinanza che potrebbe aiutare chi verrà espulso dal mercato del lavoro e ha poche possibilità di essere reinserito. Credo però che questo cambiamento avverrà perché nei prossimi anni il concetto di lavoro muterà in modo sostanziale rispetto a come lo intendiamo oggi". 

Esistono innovazioni dirompenti di cui si sottovalutano i rischi?

“Sicuramente l’ingegneria genetica. Come ho già detto farà fare un immenso balzo in avanti alla medicina ma, allo stesso tempo, porterà con sé anche grandi minacce". 

Di che tipo? 

"Un caso concreto è utile per rendere bene l'idea. Nel 2014 è stato inventata un kit di editing genetico, il CRISPR Cas9, che permette di modificare il genoma di un virus con una semplicità sbalorditiva. Questa tecnologia può essere acquistata su internet a 150 dollari e anche uno studente di biologia al primo anno sarebbe in grado di utilizzarla. L'esperienza che stiamo vivendo con il Coronavirus ci aiuta a capire quanto il CRISPR Cas9 possa essere potenzialmente pericoloso. Il problema è che nessuno, né a livello governativo né a livello sovrannazionale, sta dando peso a questa minaccia. Emerge dunque ancora una volta la necessità di cambiare cultura per capire e gestire nel migliore dei modi le opportunità, ma anche le minacce, che derivano dall'avvento di nuove tecnologie".