Un punto di inizio ma non di arrivo: capiamo cosa significa davvero fare Smart Working

L’approccio sperimentato questi mesi sarà determinante per un cambiamento ma bisogna fare attenzione a cogliere gli aspetti positivi e a non confondere Smart Working con Telelavoro

Un punto di inizio ma non di arrivo: capiamo cosa significa davvero fare Smart Working

Un argomento di discussione particolarmente gettonato negli ultimi due mesi è lo Smart Working. Aziende, uffici ed industrie, per ottemperare alle disposizioni di legge “anti-Covid”, hanno introdotto e stanno utilizzando questa modalità di lavoro, permettendo di fatto ai dipendenti di svolgere le loro mansioni, ove possibile, dalla propria abitazione.

Nel frattempo, ci avviciniamo alla cosiddetta “Fase 2” che, come tanti ci spiegano, è sinonimo di gradualità. La ripresa scaglionata riguarderà anche il lavoro e ciò significa che lo Smart Working non sparirà, anzi, entrerà a far parte del pool di approcci applicabili, dalle aziende ai dipendenti, allo scopo di garantire la salute di questi ultimi.

Ma cosa sta accadendo realmente in questo momento? La rivoluzione è in atto o stiamo vivendo solo un periodo di transizione apparente dovuta alla situazione di rischio sociale? Il fine è nobile, il senso civico, ma dobbiamo esse sicuri di portarci in futuro solo il buono, quando non sarà più quello l’obiettivo.

Prima di verificare cosa ci riserva il futuro, tuttavia, occorre precisare qualche concetto.

Alcune importanti differenze

Iniziamo col definire il Telelavoro: “lavoro effettuato a distanza grazie all’utilizzo di sistemi telematici di comunicazione; in particolare, lavoro a domicilio realizzabile mediante il collegamento a una rete di comunicazioni che consente il trasferimento immediato dei dati” (fonte: Enciclopedia Italiana Treccani). Il Telelavoro, come concetto, nasce durante gli anni ’70 negli Stati Uniti, che valutarono la possibilità di spostare informazioni e non dipendenti, il tutto coadiuvato dall’avvento dei primi computer. Concretizzando quindi, in due parole, il telelavoro, potremmo dire postazione fissa e medesime responsabilità rispetto al luogo fisico.

Detto questo, in estrema sintesi si intende, passiamo al concetto di Smart Working, che si evolve sulla falsa riga di quest’ultimo.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ci dice: “lo Smart Working (o Lavoro Agile) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”. Sempre in due parole, quindi, Smart Working è flessibilità e autonomia. I due approcci sebbene simili, differiscono l’uno dall’altro.

Senza dilungarsi ulteriormente in definizioni facilmente reperibili su internet, proviamo a rispondere alla domanda che ci siamo posti prima. Riformulata alla luce dei concetti appena espressi: si sta svolgendo Smart Working o Telelavoro?

Dobbiamo essere sicuri di saper sfruttare i benefici delle nuove modalità organizzative

Quando si tornerà alla normalità e il distanziamento sociale rappresenterà un ricordo lontano, sarà più facile cadere nella trappola della routine. Con l’avvento dello Smart Working si rompe il classico concetto fordista di “catena di produzione” e si mette in piedi un nuovo modo di produrre distribuito, agile, appunto. 

Consideriamo i benefici: risparmio sui costi, i dipendenti in Smart Working tendono a lavorare più ore, oppure, potremmo azzardare, qualitativamente meglio, con un conseguente aumento della produttività del 5-6%.

Benefici intangibili, ma non per questo meno importanti ed impattanti, riguardano il miglioramento della vita (work life balance, per meglio dire) del dipendente, legata alla soddisfazione per il proprio lavoro (il 76% è soddisfatto contro il 55% degli altri dipendenti).

La soddisfazione è vista anche in termini di organizzazione del lavoro (il 31% contro il 19%). I lavoratori sono infatti maggiormente capaci di organizzare le proprie attività in maniera autonoma, flessibile, snellendo così il processo gerarchico-decisionale superiore-dipendente. Ecco perché gli “Smart Workers” vanno più d’accordo col capo (25% contro 19%) (fonte: osservatori.net, dati dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano).

Ancora, diventano “digitali”, si adattano meglio all’utilizzo delle nuove tecnologie e le inseriscono da subito nelle loro abitudini lavorative non solo come strumenti ma come attitudini. Tutto questo assieme ad ulteriori vantaggi a catena: città più vivibili, traffico meno intenso e via discorrendo.

Vanno considerati, allo stesso modo, i rischi: senso di isolamento, di “non appartenenza” alla realtà aziendale, cattiva gestione di informazioni sensibili, iniziali costi di sensibilizzazione dell’azienda ad una nuova filosofia, perché di questo si tratta, di un cambiamento culturale.

Chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova”, cita il detto, tuttavia, si può far tesoro degli insegnamenti tratti da questi ultimi mesi, affidarsi ai dati e approcciare il cambiamento post-Coronavirus correttamente e con maggiore consapevolezza.

Il tema è affascinante anche per misurare la volontà della nostra società di incamminarsi verso modalità di lavoro, laddove possibile, che presuppongono una forte responsabilizzazione: devo raggiungere un obiettivo.