Raccolta dei dati biometrici: per i cinesi ormai è un incubo. Va meglio in Italia

Pubblicato report che analizza l'utilizzo di queste nuove tecnologie digitali in 50 nazioni del pianeta

Raccolta dei dati biometrici: per i cinesi ormai è un incubo. Va meglio in Italia

Un interessante studio pubblicato dal sito britannico Comparitech fa luce sulla raccolta di dati biometrici in 50 nazioni del mondo, compresa l’Italia. I risultati emersi sono preoccupanti e confermano la crescita di un fenomeno che contribuisce a mettere in pericolo la privacy dei cittadini, ma non solo. 

Rilevazione dell'iride ma non solo  

Il riconoscimento biometrico si basa su sistemi informatici capaci di identificare le persone sulla base di una o più caratteristiche biologiche come impronte digitali, altezza, peso, colore e dimensione dell’iride, sagoma della mano, forma dell’orecchio, solo per citare le più utilizzate. La biometria può semplificare una serie di attività (per esempio accedere all'app del conto bancario con le impronte digitali e non con user e password) ma è evidente che fornisce ai vari governi uno strumento potentissimo per controllare i propri cittadini.

Cina in testa alla classifica, Italia nel mezzo 

Il report di comparitech ha analizzato l’utilizzo di queste tecnologie in una serie di ambiti assegnando un punteggio compreso tra un minimo di zero e un massimo di 25. In testa alla classifica si è posizionata la Cina con un risultato di 24/25 a conferma che nel gigante asiatico l’uso della biometria negli ultimi anni è cresciuto a ritmi esponenziali. L’Italia si colloca nella parte media della classifica con un punteggio di 11/25. 

Il passaporto biometrico 

Il primo posto di Pechino è frutto di una serie di pratiche che fanno venire i brividi. L’utilizzo della biometria nei passaporti (pratica che ormai riguarda la maggior parte dei paesi avanzati del mondo, compresa l’Italia) è solo la punta dell'iceberg. I documenti di identità sono dotati di un microchip contenenti informazioni biometriche utili per autenticare l’identità del possessore come, per esempio, quelle relative alle impronte digitali.

Uso massiccio del riconoscimento facciale e nessuna tutela nel mondo del lavoro

Ma la Cina ha ottenuto il punteggio massimo in tutte le categorie prese in esame dallo studio. Manca una legge specifica per proteggere i cittadini e il vastissimo database biometrico nazionale è attualmente in fase di espansione per includere il DNA. In tutto il Paese è ormai prassi comune l’uso diffuso e invasivo della tecnologia di riconoscimento facciale nelle telecamere a circuito chiuso. E (notizia di questi giorni) Pechino ha anche introdotto controlli di riconoscimento facciale per chiunque ottenga un nuovo numero di cellulare. L’aspetto più inquietante è però la mancanza di garanzie per i dipendenti sul posto del lavoro. Le aziende sono state persino autorizzate a monitorare le onde cerebrali dei dipendenti per rilevare la produttività mentre sono al lavoro.

In Italia si fanno sentire le garanzie del GDPR 

E l’Italia? Il nostro Paese è linea con gli altri partner europei anche per l’esistenza di norme comuni come il GDPR, ovvero il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati adottato in tutta la Ue nell’aprile del 2016 e operativo in Italia a partire dal maggio 2018. La biometria è presente nei passaporti italiani dal 2006 e nel nostro Paese esiste un database di 16 milioni di foto dei cittadini. Banca dati a cui hanno accesso anche le forze dell’ordine. Nel report si mette in evidenza che anche la polizia italiana sta attualmente testando l’uso di tecnologie di riconoscimento facciale. Attività che se da un lato è rassicurante sul fronte della sicurezza inevitabilmente crea apprensioni su quello del rispetto del diritto alla privacy.

In Italia garanzie per i lavoratori 

Ciò che (almeno per il momento) differenzia il nostro Paese (e il resto dell’Europa) rispetto alla Cina è l’esistenza di norme che tutelano i cittadini dal rilevamento biometrico nel mondo del lavoro. Anche se (è importante sottolinearlo) la recente riforma del diritto del lavoro (nota come Jobs Act) ha consentito alle aziende l’utilizzo di strumenti di videosorveglianza per il controllo a distanza dei lavoratori. Operazione che però necessità di un accordo sindacale.

Necessità di tenere alta la guardia 

Proprio il Jobs Act insegna che diritti decennali possono essere cancellati da un giorno all’altro con un colpo di spugna. Non ci sarebbe niente di sorprendente se tra qualche anno anche nel nostro Paese venisse sdoganato il monitoraggio delle onde cerebrali dei lavoratori o altre forme di controllo invasivo sulla vita privata dei cittadini. Archiviati gli entusiasmi dei primi anni è sempre più evidente che le nuove tecnologie digitali hanno molti lati oscuri di cui bisogna essere consapevoli.